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Pareggio di bilancio: ma è davvero una buona idea?

25/09/2015

Arriva l’autunno e si comincia a parlare della Legge Finanziaria. Se in Italia, per le pressioni europee, il pareggio di bilancio è stato inserito in Costituzione, fino a oggi il governo degli Stati Uniti è riuscito invece a resistere alla pressione di chi vorrebbe vedere lo stesso risultato anche a Washington. Di conseguenza, la strada verso l’austerità passa piuttosto attraverso gli Stati, che sembrano abbastanza ricettivi verso l’idea, nonostante il parere degli economisti sia, nella maggioranza dei casi, decisamente negativo.

Innanzitutto, quello del pareggio di bilancio è un concetto difficile da definire con esattezza: ad esempio, è cosa assai diversa pensarlo semplicemente come la differenza fra entrate e uscite in un determinato anno o, invece, in rapporto al Pil nazionale o, ancora, ai trend storici del debito pubblico nel Paese in questione. Il suo valore assoluto, e percentuale rispetto al Pil, varia inoltre a seconda che vi si includano o meno gli interessi pagati da una data nazione sul proprio debito. Il fatto poi che sia calcolato su base annuale è il risultato di una convenzione del tutto artificiale, che ha scarsa valenza scientifica, giacché l’economia segue cicli generalmente assai più lunghi, e molto più variabili, di dodici mesi.

La sensatezza del pareggio di bilancio come obiettivo politico dipende quindi tutta dall’interpretazione che si dà di questo concetto e dalle circostanze. “In generale, un bilancio primario (che non include gli interessi sul debito) ‘equilibrato’ o ‘responsabile’ è una buona idea in un paese che ha una propria moneta e un rapporto accettabile tra debito e Pil (o ancor meglio tra debito e ricchezza nazionale), e la cui economia cresce al proprio tasso naturale, ma non di più e non di meno – dice Richard Kogan del Center on budget and policy priorities – Altrimenti, le autorità fiscali e monetarie devono essere in grado di spingere sull’acceleratore quando l’automobile procede troppo lentamente e frenare quando corre troppo”.

Ma intervenire prontamente sull’economia, per farla crescere quando in difficoltà e per tenerla sotto controllo, in modo da contenere le conseguenti pressioni inflazionistiche quando invece è in fase di espansione, non è cosa facile. “La questione di fondo è chiara: come gli esempi della Grande Depressione, e più recentemente della Grecia, dimostrano, l’austerità nel momento sbagliato, o troppo aggressiva, può far esplodere la disoccupazione, far contrarre l’economia e far aumentare il debito in rapporto al Pil anche quando il bilancio è in pareggio o addirittura in positivo – dice Kogan – In tali circostanze, l’obiettivo di pareggiare il bilancio è disastroso”.

Se il pareggio di bilancio è un campo minato già a livello economico, il desiderio di renderlo un obbligo costituzionale per i governanti di un Paese è secondo alcuni ancor più folle, per svariate ragioni. L’economista indipendente Bruce Bartlett ne ha analizzato una fondamentale in un paper pubblicato nel luglio del 2011, al picco del dibattito a Washington su una proposta repubblicana di bloccare la spesa federale al 18% del Pil dell’anno fiscale precedente. “Usare il Pil per calcolare il massimo livello di spesa possibile è completamente inappropriato – scrive Bartlett – in particolare per un emendamento costituzionale, perché il termine [Pil] non è definito legalmente da nessuna parte, e non potrebbe nemmeno esserlo perché viene continuamente rivisto per ragioni sia tecniche sia concettuali”.  In sostanza il Pil è una misura economica prodotta grazie all’aggregazione di una grande quantità di dati, la cui selezione e interpretazione varia a seconda di come varia il consenso tra gli esperti di statistica.

Anche il professore del Massachusetts Institute of Technology ed ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Simon Johnson si è interrogato  sul New York Times in materia: “Immaginiamo che tale emendamento costituzionale sia in vigore. Cosa succederebbe se il settore finanziario esplodesse di nuovo?” Giacché la spesa pubblica si misura in questo caso in rapporto al Pil, se cala il secondo, aumenta necessariamente la prima. Nel contesto descritto da Johnson, il Pil subirebbe una contrazione e si sforerebbe quindi automaticamente il tetto del 18% anche senza fare alcuna modifica al budget. Il governo sarebbe quindi costretto ad attuare enormi tagli, quando invece è stato ampiamente dimostrato, non da ultimo con il pacchetto di stimoli economici voluto dal presidente Barack Obama nel 2009, che aumentare la spesa può aiutare a superare più in fretta una crisi economica.

Infine, non si capisce bene su quale base si dovrebbe decidere a che livello esattamente bloccare il rapporto tra entrate e uscite per garantire il pareggio di bilancio. Sulla media degli ultimi cinque anni, o degli ultimi quattro decenni, o sulle previsioni per l’anno in corso? Il 18% del Pil proposto dai repubblicani quattro anni fa è un numero del tutto arbitrario e serve solo, nel lungo periodo, ad assicurare ai conservatori che si prosciughino i finanziamenti alle pensioni e alla sanità (nel caso italiano, va detto che il linguaggio vago impiegato nell’Articolo 81, in cui si dichiara che “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico,” e che “il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico”, può aiutare a mitigare alcuni di questi problemi).

Nonostante tutte queste obiezioni, i paladini americani del pareggio di bilancio non si lasciano certo demoralizzare. Tutt’altro. Oggi, questa battaglia tanto cara alla destra americana è portata avanti con grande determinazione da un’organizzazione non-governativa relativamente poco conosciuta ma…Prosegue su IlBo

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