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Imbroglioni, per far studiare meglio i figli

18/06/2015

Nel 2011 Kelley Williams-Bolar, insegnante di recupero a Akron in Ohio, trascorse nove giorni in galera dopo essere stata condannata per truffa. Sempre nel 2011, una donna senza casa a Bridgeport in Connecticut, fu arrestata per il medesimo reato. Lo stesso fato è toccato anche a Yolanda Hill di Rochester, New York, nel 2009, e, di recente, a decine e decine di altre persone in tutto il paese. Tutte queste storie, raccontate dal sito web di informazione The Hechinger Report, hanno un elemento in comune: riguardano genitori che hanno mentito a proposito della propria residenza nel tentativo di iscrivere i figli in scuole pubbliche migliori di quelle che sarebbero toccate loro altrimenti. Anche se i dati in proposito sono ancora insufficienti a offrire una fotografia accurata di questo fenomeno, noto oggi con il nome di “furto educativo”, l’osservazione aneddotica fatta dagli esperti pare suggerire che esso si sia molto intensificato negli ultimi anni, in parallelo all’aumento della disuguaglianza economica negli Stati Uniti.

“Vediamo sempre più madri e padri che vengono perseguiti dalla legge e talvolta incarcerati per aver mandato i figli in scuole di qualità più alta rispetto a quelle del quartiere in cui abitano – dice Ryan J. Smith, direttore esecutivo di The Education Trust-West, un’organizzazione non-profit californiana che si occupa di avanzare gli interessi dei cittadini meno privilegiati sul fronte dell’istruzione – Naturalmente si tratta per la maggior parte di genitori poveri o appartenenti alle minoranze etniche”.

Questo paese spende circa 600 miliardi di dollari l’anno (dati relativi al 2011-2012) per finanziare l’istruzione elementare, media e superiore pubblica – con una media complessiva per alunno di 11.770 dollari, ed effettiva di 9.937 a testa se si escludono gli interessi sul debito e altre voci che non impattano direttamente gli studenti. Ma la maniera in cui la raccolta ed erogazione di fondi è regolata fa sì che esistano enormi differenze nelle risorse a disposizione dei vari stati, contee, città e persino singole scuole. “Il tuo codice postale è spesso un forte indicatore della qualità dell’istruzione su cui possono contare i tuoi figli – dice Smith – Laddove è maggiore la concentrazione di minoranze e di poveri, le risorse a disposizione sono generalmente inferiori”.

La costituzione americana sancisce che l’istruzione sia innanzitutto responsabilità dei governi statali. Anche se esistono una serie di finanziamenti federali, essi sono pensati solo per partecipare e non per sostituire la spesa locale, che dipende generalmente da imposte sulle vendite, sugli immobili e altre tasse di questo genere. In pratica, solo il 10,1% dei 600 miliardi citati proviene dalla capitale Washington, mentre il 45,1% arriva dagli erari statali e il 44,8% da quelli locali (di contea o municipalità). Con il risultato che l’Alpine School District, nei dintorni di Provo in Utah, investe poco più di 5.000 dollari per alunno, meno di qualsiasi altro Stato negli Stati Uniti, mentre quello della città di New York, che invece è in testa alla classifica, ne sborsa oltre 20.000 (numeri relativi alle spese correnti). Proprio per il fatto che parte dei finanziamenti all’istruzione dipendono da tasse iper-locali, il gap tra scuole ricche e scuole povere esiste anche all’interno dei singoli Stati. Così, ad esempio, gli istituti pubblici della contea Loudon nella Virginia settentrionale, che nei fatti non è altro che un ricco sobborgo di Washington, spendono circa 12.000 dollari l’anno per capita, mentre quelli della contea Chesterfield, subito a sud della ben più povera capitale statale Richmond (la cui popolazione è prevalentemente afro-americana), ne spendono meno di 8.500. “Fa riflettere che, nonostante siano passati ormai 60 anni dalla famosa sentenza della Corte Suprema nel caso Brown v. Board of Education che dichiarò incostituzionale la segregazione delle scuole, esse siano di fatto ancora segregate – dice Simth – Se il sistema educativo pubblico è pensato per essere gratuito e disponibile a tutti, perché creiamo tutte queste barriere che impediscono l’accesso di tanti ragazzi a un’istruzione di qualità?”.

Al gap nell’allocazione dei fondi – con i ragazzi di famiglie benestanti che hanno accesso gratuito alle scuole meglio finanziate e viceversa – si aggiunge il fatto che i distretti più poveri devono far fronte a esigenze educative più complesse. Essi infatti hanno il compito di formare alunni che provengono spesso da situazioni familiari difficili, se non disastrate, e che non ricevono alcuna attenzione dai genitori – i quali lavorano tre turni al giorno per arrivare a fine mese, o sono in galera, o hanno problemi di tossicodipendenza – e altri ancora che, figli di immigrati appena arrivati nel paese, non parlano inglese. Mentre nei quartieri residenziali più ricchi, i cui studenti sono più omogenei dal punto di vista etnico e dei livelli di istruzione delle famiglie di origine, più soldi vanno a servire un’utenza meno problematica.

Data questa situazione paradossale in cui, anche senza contare la rete sempre più vasta e costosa di istituti privati per ultra-ricchi, chi più ha più riceve, non sorprende che alcuni genitori con risorse finanziarie limitate ma una certa intraprendenza di spirito provino ad aggirare il sistema per garantire ai figli un’istruzione migliore e qualche possibilità in più di farcela. E, dato che nella maggior parte dei casi la frequentazione di una data scuola dipende dal loro luogo di residenza, essi finiscono per falsificare la documentazione relativa, ad esempio dichiarando di abitare ad un indirizzo in cui invece vive un amico o un familiare compiacente.

Non è del tutto chiaro perché la frequenza di queste infrazioni sia oggi in crescita. I fattori in gioco sono probabilmente molteplici. Da un lato, l’aumento della disuguaglianza all’interno della società americana e quello parallelo della competitività del mercato del lavoro globalizzato, oltre al tanto dibattere sul cosiddetto “premio” universitario (la differenza positiva di reddito garantita ai lavoratori in possesso almeno di una laurea), stanno probabilmente convincendo sempre più famiglie a fare tutto il possibile per dare ai figli un’educazione adeguata. Dall’altro, è probabile che un misto delle stesse preoccupazioni dia maggiori pensieri agli americani che sono privilegiati e privilegiati vogliono rimanere, i quali stanno spingendo con sempre più fervore i propri distretti scolastici affinché facciano valere la legge, per quanto insensata. “Quelle che siano le ragioni – dice Smith – il fatto che in California il procuratore generale Kamala Harris abbia dato vita a una divisione ‘la giustizia dei bambini’, istruendola anche di indagare l’eccessiva criminalizzazione di queste trasgressioni, è un segnale del fatto che il problema esiste e sta peggiorando”.

Secondo Smith le norme in proposito sono “assurde” e vanno cambiate. “La domanda che ci dobbiamo porre è se abbia senso…Prosegue su IlBo

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