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La rete di scuole virtuali ci seppellirà

08/06/2015

Continuano a moltiplicarsi negli Stati Uniti gli esperimenti educativi che si affidano alle nuove tecnologie nel tentativo di riformare il mondo dell’istruzione dalle elementari fino alla laurea. Se le scuole pubbliche ci provano con un approccio pedagogico altamente personalizzato chiamato ‘Teach to One’, oppure, come nel caso dell’iniziativa ‘P-Tech’, contano sui soldi dell’Ibm per sviluppare un curriculum tutto incentrato sugli ambiti Stem (scienze, tecnologie, ingegneria, matematica), le università private si sbizzarriscono con un’offerta sempre più ampia e diversificata di Mooc (massive online open course), quando non si trasformano interamente in luoghi di apprendimento esclusivamente virtuali. È questo ad esempio il profilo del nuovo ambizioso progetto ‘Minerva’.

A questo panorama in continua evoluzione si è aggiunto nel 2013 l’ennesimo progetto alimentato da dispositivi elettronici, una rete di scuole private chiamate AltSchool. Si tratta della creazione di un ex dirigente di Google, Max Ventilla, ed è ovviamente venuta alla luce a San Francisco, dove sono soliti abitare i professionisti della vicina Silicon Valley patria delle nuove tecnologie. Come Teach to One, anche AltSchool ha adottato il principio, oggi molto in voga, dell’apprendimento su misura (del resto a Google Ventilla era incaricato della personalizzazione del motore di ricerca).

Secondo questa filosofia, che Ventilla ama chiamare ‘Montessori 2.0’, gli alunni devono avere l’opportunità di avanzare nel percorso educativo ognuno al proprio ritmo, sulla base dei propri punti di forza e delle proprie lacune. Nella pratica, AltSchool si affida ai tablet e ai software interattivi di ultima generazione per creare, per ogni studente, una “playlist” personalizzata di esercizi e attività da affrontare individualmente, oppure in gruppi che si formano ad hoc di giorno in giorno sulla base delle diverse competenze dei singoli nelle diverse materie. I contenuti delle playlist, composte da quelle che in gergo AltSchool sono definite “schede”, sono il prodotto della collaborazione tra gli insegnanti e una squadra di ingegneri dedicata al loro sviluppo, e sono un perenne lavoro in corso, giacché vengono continuamente aggiornati e affinati sulla base delle esigenze sempre nuove che emergono.

“La tecnologia può permettere ai bambini, in particolare quelli che hanno difficoltà di apprendimento in alcuni ambiti, di accedere a conoscenze e utilizzare competenze in maniera diversa dal solito – dice Andy Hargreaves, professore presso il Boston College – Essi possono condividere l’uno con l’altro il prodotto del proprio lavoro, ad esempio i propri disegni; possono rivedere e migliorare assieme i testi scritti anche se si trovano in luoghi diversi; i loro insegnanti possono rimanere in contatto con i genitori a casa, ad esempio descrivendo le attività svolte via Twitter”. Ad AltSchool, in particolare, la tecnologia è vista come un mezzo utile a ridurre e a gestire l’enorme complessità che gli insegnanti devono affrontare in un’aula tradizionale, giacché offre loro gli strumenti necessari a portare avanti, pur organicamente, un tipo di lavoro più individualizzato. Essa inoltre consente di tagliare i costi: questa nuova incarnazione di scuola digitalizzata, che copre le elementari e le medie, non ha infatti amministrazione, palestre (l’esercizio fisico lo si fa all’aperto, grazie anche al mite clima californiano), mense, corridoi. Le AltSchool non occupano altro che lo spazio di un ampio negozio affacciato sulle strade della città.

Attenzione però a non lasciarsi andare a un entusiasmo ingiustificato per la digitalizzazione della scuola, avverte Hargreaves, a non confonderla per un fine quando in realtà essa è solo un mezzo. “La convinzione più infondata che circola oggi rispetto ai benefici apportati dalla tecnologia in classe è che i dispositivi elettronici possano da soli sostituire gli insegnanti e l’insegnamento di qualità – dice il professore del Boston College, che, nonostante, o forse proprio grazie, alla cautela con cui ne fa uso, ha vinto quest’anno il premio della propria università ‘per l’eccellenza nell’insegnamento con la tecnologia’– L’essenza del processo di apprendimento è sociale, è l’interazione di insegnanti e studenti e tra studenti e studenti. La tecnologia è produttiva quando sostiene e stimola questa natura sociale dell’educazione”.

Per il momento, su quella che è una scala ancora molto limitata, l’esperimento AltSchool sembra funzionare, con migliaia di genitori, altamente istruiti e danarosi, che si precipitano a iscrivervi i figli al costo di quasi 21.000 dollari l’anno. Su di essa, inoltre, stanno scommettendo i grandi nomi della Silicon Valley, incluso Mark Zuckerberg di Facebook, che vi ha appena investito 100 milioni di dollari. Così le quattro attuali filiali della scuola diventeranno otto a settembre, tra cui anche una prima escursione fuori dalla California settentrionale in quel di Brooklyn, New York.

Mentre, però, i guru della Silicon Valley educano in maniera sempre più innovativa i figli degli americani più ricchi e all’avanguardia, gli Stati Uniti devono far fronte a una realtà in cui un numero crescente di studenti di scuola pubblica – gli ultimi dati suggerirebbero addirittura la maggioranza di essi – sono poveri. Un giorno forse AltSchool potrà rispondere anche ai loro bisogni – è senz’altro questo l’intento dichiarato di Ventilla – ma per ora rimane un approccio elitario. Nel frattempo, dice Hargreaves, “bisogna smettere di provare a migliorare le scuole più disagiate semplicemente punendole con delle ammende se non con il licenziamento dei presidi o la loro chiusura totale. Piuttosto, bisogna garantire che esse abbiano le risorse necessarie ad attrarre gli insegnanti e le dirigenze più qualificate, e a investire affinché questi educatori ricevano il giusto sostegno e possano quindi portare avanti il proprio lavoro in maniera collaborativa”.

Pubblicato originariamente su IlBo

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