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Scuole a basso consumo, gli Stati Uniti le snobbano

21/05/2015

Quando aprirà i battenti a fine estate, in tempo per l’inizio del prossimo anno scolastico, la futura sede della Friends School of Portland, un istituto elementare e medio privato gestito da una comunità di quaccheri nello stato americano settentrionale del Maine, non sarà semplicemente immacolata e perfettamente rifinita in ogni dettaglio. Il nuovo edificio sarà anche all’avanguardia dal punto di vista ambientale, una tra le primissime scuole del Paese a ottenere la certificazione di “Passivhaus”, ovvero capaci di ridurre radicalmente, se non addirittura di azzerare, il proprio consumo energetico.

Come suggerisce il nome, la filosofia passivhaus – che in inglese viene talvolta tradotta in “Passive House” – è stata formulata inizialmente in Svezia e Germania, a inizio anni Ottanta, e si è poi diffusa per tutta l’Europa, in particolare nei paesi del Nord, dove è diventata rapidamente piuttosto popolare. Al contrario che negli Stati Uniti, dove è approdata ormai oltre vent’anni fa, ma dove gli esperimenti in merito continuano a limitarsi a progetti residenziali perseguiti con grande determinazione e sforzo da individui appassionati a questo approccio costruttivo. “In questo Paese non siamo ancora nemmeno riusciti a diffondere il messaggio passivhaus nel settore dell’istruzione – dice Adam Cohen, architetto e consulente specializzato – Ho costruito la prima scuola passivhaus quasi cinque anni fa, a Roanoke in Virginia, e quella struttura ha raggiunto uno status di energia positiva, ovvero ne produce di più di quanta ne consuma, già da quattro anni”. Eppure, l’istituto quacchero vicino Portland è soltanto il quarto, oltre a un paio di impronta Montessori, a imbarcarsi su questa strada negli Stati Uniti, mentre la scuola eretta da Cohen in Virginia rimane l’unica di questo genere a essere pubblica. Data la sua eccezionalità, essa continua a funzionare come una rara vetrina sperimentale delle grandi possibilità che si potrebbero esplorare se solo questo particolare approccio all’edilizia si diffondesse un po’ di più.

Sia in Europa sia negli Stati Uniti, quindi, la missione di Passivhaus è di definire requisiti particolarmente rigidi, quanto alle tecniche impiegate per garantire il massimo risparmio energetico e combattere gli sprechi, a chi voglia costruire strutture in grado di guadagnarsi questa certificazione. Di recente, il consorzio americano si è staccato dalla casa madre europea, oggi in realtà un brand globale, e non senza polemiche. Tra le motivazioni addotte, vi era in particolare il desiderio di adattare gli standard passivhaus alle maggiori variazioni climatiche che sono caratteristiche di questo Paese, dove il consumo energetico varia enormemente dall’Alaska all’Arkansas alla Florida, sia quantitativamente sia qualitativamente, con alcune regioni che vedono una prevalenza dell’uso del riscaldamento e altre dell’aria condizionata. “Alla fine dei conti, gli standard americani sono sì diversi da quelli europei ma, fatti tutti i calcoli del caso, non in maniera particolarmente rilevante,” osserva però Cohen.

In entrambi i contesti, una delle chiavi portanti dell’architettura passivhaus è la chiusura ermetica di ogni fessura e interstizio. Questo impedisce all’aria calda di fuoriuscire e all’aria fredda di penetrare all’interno degli edifici, e viceversa durante l’estate. L’aria viene fatta circolare fra l’esterno e l’interno esclusivamente attraverso un sistema di ventilazione di ultima generazione, capace attraverso scambiatori di calore e altri dispositivi di recuperare e incamerare energia. Tra le altre cose, ciò significa che l’aria respirata dagli alunni in classe è più pulita e contiene una concentrazione inferiore di anidride carbonica. “Questo garantisce un ambiente che è più sano e quindi più adatto alle attività di apprendimento”, dice Cohen.

La nuova Friends School of Portland si affida così all’energia solare e a tecniche di costruzione ad altissima precisione per ottenere un isolamento termico quanto più efficace possibile e limitare al massimo le dispersioni, tant’è che il Portland Press Herald riporta che persino il calore generato dalle 120 persone che occuperanno l’edificio, tra studenti, insegnanti e personale amministrativo, è stato preso in considerazione durante la fase di progettazione. Questo sforzo, costato approssimativamente due milioni e mezzo di dollari raccolti in circa tre anni e poi realizzato dopo due ulteriori anni di studio e lavoro da parte della squadra di architetti e tecnici dovrebbe consentire all’istituto di liberarsi quasi interamente delle famigerate bollette. All’apparenza, insomma, questa dovrebbe essere una scelta assolutamente ovvia. Invece, negli Stati Uniti in particolare, ma anche nell’Europa meridionale, continua a esserci una certa resistenza ai principi passivhaus, per tre ragioni in particolare.

Innanzitutto questo è dovuto al fatto che è ancora diffusa la convinzione che questo tipo di costruzioni finiscano per costare molto di più che quelle che impiegano metodi più tradizionali. Il che significa che, anche se nel lungo periodo si riesce  a recuperare la spesa in eccesso grazie al risparmio energetico, nell’immediato uno i soldi deve averceli per potersi buttare in questa avventura. Cohen ribatte che questo è solo in parte vero, che lui già oggi è in grado di portare a termine progetti passivhaus a prezzi di mercato. La nuova scuola di Portland è costata circa 2,5 milioni di dollari ed è di 1.440 metri quadrati, per un costo di 1.736 dollari al metro quadro. Al cambio attuale, 1.532 euro al metro: una spesa certamente non proibitiva soprattutto se commisurata ai risparmi successivi, che per un istituto come una scuola vanno calcolati su tempi medio-lunghi.

Zephir, l’istituto passivhaus italiano, stima che il sovrapprezzo rispetto a una costruzione tradizionale sia oggi nel nostro Paese non superiore al 10%, mentre il risparmio sulle spese energetiche si colloca fra l’80 e il 90%: un guadagno netto che consente di ammortizzare interamente la maggiorazione di spesa entro 9-10 anni. E non c’è dubbio che se tale approccio cominciasse davvero a diffondersi, raggiungendo finalmente…Prosegue su IlBo

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  1. 25/05/2015 09:58

    “…persino il calore generato dalle 120 persone che occuperanno l’edificio, tra studenti, insegnanti e personale amministrativo, è stato preso in considerazione durante la fase di progettazione….”

    Non è una stranezza. Una casa si definisce “passiva” quando riesce a mantenere la climatizzazione senza apporti di energia aggiuntivi appositamente diretti. Questo vuol dire che è proprio al calore sviluppato dagli occupanti che si rivolge il progettista: calore corporeo, ma anche calore di scarto di elettrodomestici, cucine, bagni etc.

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