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Scuola 2.0, negli Usa non decolla

13/05/2015

Nel giugno del 2013, le scuole pubbliche di Los Angeles in California sono diventate protagoniste di uno dei più grossi e ambiziosi sforzi di digitalizzazione del settore americano dell’istruzione visti fin qui. Su iniziativa dell’allora sovrintendente John Deasy, la Commissione Educazione di questa enorme area metropolitana approvò quell’estate la firma di un contratto da 1,3 miliardi di dollari con il gigante dell’elettronica Apple. Cinquecento milioni di questi sarebbero stati destinati all’acquisto di 77.175 iPad in versione basilare e di altre 43.261 unità provviste invece di un software educativo interattivo per l’inglese e la matematica sviluppato apposta per l’occasione da Pearson, un colosso del settore che tra l’altro è anche proprietario di testate del calibro del Financial Times. Gli iPad erano destinati all’uso individuale degli alunni, che avrebbero potuto anche usarli a casa. Gli altri 800 milioni di dollari sarebbero invece serviti a migliorare l’accesso delle scuole locali a Internet. L’idea, così come presentata da Deasy all’epoca, era di offrire anche agli studenti meno privilegiati il genere di dispositivi elettronici disponibili ai figli delle famiglie più abbienti, incorporandone inoltre l’uso nelle attività svolte quotidianamente durante le lezioni.

Nonostante tanta apparente nobiltà d’animo, però, il programma si è rivelato fin qui un disastro. Non solo, è cominciato a emergere nel corso degli ultimi mesi che dietro tutta questa generosità si nascondevano anche molta incompetenza e un po’ di corruzione. Va detto che Deasy fu nominato sovrintendente in un momento particolarmente delicato per le scuole pubbliche di Los Angeles, quando migliaia tra insegnanti e personale amministrativo avevano perso il posto come conseguenza della crisi finanziaria, mentre la performance degli studenti locali era decisamente insoddisfacente, con tanti che lasciavano prima del diploma e quelli che arrivavano alla fine che sapevano a mala pena leggere. Sotto enorme pressione, si fece così prendere dalla smania, fin troppo diffusa, per le nuove tecnologie. Tuffandosi a capofitto in questa impresa senza soppesarne però abbastanza difficoltà e limitazioni e scommettendo, anche a costo di prendere scorciatoie piuttosto dubbie, sul fatto che esse avrebbero potuto sistemare tutto e subito.

Non è certo questo l’unico esempio di come la fede cieca nell’abilità della tecnologia di trasformare in meglio le attività di insegnamento e di apprendimento possa talvolta avere un effetto controproducente. O perlomeno elevare le attese a tal punto che il risultato pratico finale non può che essere deludente. Basti pensare all’Italia, dove le varie proposte di riforma della scuola includono spesso grandi proclami sulla sua digitalizzazione, proclami che però, date limitazioni strutturali e la cronica mancanza di fondi, raramente si trasformano in realtà. E quindi l’innovazione rimane piuttosto nelle mani dei singoli e della loro intraprendenza, anche a fronte di un contesto che non facilita le cose.

A Los Angeles, l’illusione digitale coltivata dal sovrintendente Deasy ha portato, anziché al potenziamento dell’esperienza educativa per gli studenti meno privilegiati, a un’indagine federale sul processo di appalto seguito nel 2013. In aprile, inoltre, le scuole pubbliche cittadine hanno deciso di avanzare una richiesta di rimborso contro Apple, che potrebbe anche trasformarsi nel futuro prossimo in una vera e propria causa legale. “Nonostante Apple e Pearson abbiano promesso una soluzione tecnologica di ultima generazione nell’implementazione del programma, devono ancora metterla in pratica – ha scritto in una lettera indirizzata il 13 aprile ad Apple David Holmquist, il rappresentante legale del distretto scolastico di Los Angeles (Los Angeles Unified School District, o LAUSD), che è tra l’altro il secondo più grande del paese – [LAUSD] non accetterà né compenserà Apple per nuove consegne [di Pearson]”.

I problemi con l’hardware e il software venduti da Apple in collaborazione con Pearson sono iniziati subito. Nel primo anno di contratto, Pearson ha saputo fornire solo un prodotto parziale e ben più ridotto di quello finale promesso. Di conseguenza, molti insegnanti e ancora più studenti si sono trovati male con questo nuovo strumento, preferendo non utilizzarlo. Già nel 2014, LAUSD aveva scritto ad Apple per avere delle chiarificazioni. In un rapporto interno del marzo dell’anno scorso, la persona incaricata del progetto Bernadette Lucas scriveva: “Solo due scuole su 69 che partecipano all’iniziativa usano il software Pearson in maniera regolare […] In queste, ogni classe deve confrontare problemi di malfunzionamento in media almeno una volta al giorno”. Per il resto, gli altri 35.000 studenti che in teoria dovevano beneficiare della cosa avevano già rinunciato a usare l’app in maniera regolare a meno di un anno dal suo lancio.

Ma gli inghippi non finiscono qui. L’acquisto degli iPad, finanziato con l’emissione di un’obbligazione da parte del distretto scolastico los angelino, non comprendeva quello delle relative tastiere, una omissione rivelatasi in fretta molto grave per tablet che dovevano essere impiegati per l’apprendimento interattivo. Inoltre, i ragazzi sono stati facilmente in grado di varcare le barriere di sicurezza installate sugli iPad, che dovevano essere a prova di hacker, in modo da utilizzarli a fini personali e non consentiti. “Penso sia venuto il momento per Pearson di mantenere immediatamente le promesse fatte o di rimborsarci i soldi spesi in modo che possiamo acquistare dispositivi che funzionano davvero per i nostri alunni”, ha dichiarato al Los Angeles Times Monica Ratliff, membro della Commissione educazione.

A dicembre, infine…Prosegue su IlBo

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