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Né studio, né lavoro: il limbo dei giovani americani

30/04/2015

Craig Adams Jr. ha 18 anni e due figli, un bimbo di quattro anni e una bimba di due. I turisti in visita al famoso Quartiere Francese di New Orleans lo possono ascoltare mentre suona per strada con diversi gruppi, ogni volta uno strumento diverso, la tromba, il sassofono, il trombone. Per il resto, la sua vita è un caos completo. Da quando è diventato padre a 14 anni, ha già cambiato quattro scuole superiori e due stati. Nel periodo passato a vivere con la madre in Texas è finito in galera per aggressione – lui dice per aver difeso da un bullo il fratellino piccolo che soffre di disabilità mentale. Oggi studia per conto proprio provando, per la seconda volta, a superare l’esame di equivalenza che si può dare negli Stati Uniti per ottenere il diploma senza frequentare. “Voglio davvero farmi un’istruzione”, Adams ha dichiarato di recente alla radio pubblica americana NPR. “A mio figlio dico sempre che bisogna andare a scuola e studiare e non voglio essere preso per ipocrita, visto che di questi tempi senza un diploma non si trova lavoro nemmeno da McDonalds”.

Adams è, in sostanza, uno dei quasi otto milioni di ragazzi americani tra i 16 e i 24 anni di età – su 35 milioni in totale – che non vanno più a scuola ma non sono nemmeno impiegati regolarmente sul mercato del lavoro. Si tratta per lo più di maschi, non bianchi, che vivono in zone ad alta povertà. Oggi li chiamano, un po’ sfortunatamente, Opportunity Youth, che di opportunità di costruirsi un futuro dignitoso questi giovani ne hanno davvero poche. Tra le aree metropolitane, New Orleans è terza dopo Las Vegas in Nevada e Memphis in Tennessee quanto alla percentuale di questi casi difficili, oltre il 18% di tutti i giovani. “La maggior parte di essi non fa nulla – dice Clive Belfield, professore presso il dipartimento di Economia del Queens College di City University of New York (CUNY)- Molti sono in carcere o in qualche altro genere di istituto statale. Tra le ragazze, alcune si occupano della famiglia”.

Anche se è difficile identificare con esattezza tutte le cause che contribuiscono, a livello individuale, a questo genere di situazione, che in tutta probabilità è il risultato dell’interazione di difficili situazioni familiari, finanziarie e di salute, Belfield è convinto che, a livello sociale, percorsi educativi di bassa qualità e spesso incompleti sono senz’altro tra i fattori principali in gioco. In particolare oggi che si è ridotto drasticamente il numero di occupazioni aperte a lavoratori poco qualificati. “Pensiamo che questo fenomeno si sia aggravato nel tempo soprattutto perché mancano gli impieghi adatti a questi ragazzi – dice Belfield, che sull’argomento ha scritto un paper nel 2012 – Di per sé il loro comportamento o le loro competenze non sono peggiorati”.

Secondo i calcoli fatti nel 2012 da Belfield, e dai suoi co-autori Henry Levin e Rachel Rosen del Teachers College di Columbia University, quella della Opportunity Youth rappresenta una grossa e costosa piaga sociale al di là della tragedia personale dei singoli individui. Nel corso della propria vita, una persona che rientra in questa categoria già a sedici anni è destinato a costare direttamente ai contribuenti quasi 260.000 dollari, tra i vari servizi sociali di cui finisce per servirsi e i suoi mancati guadagni e quindi mancati versamenti all’erario. Più generalmente, il peso sociale di tutte le distorsioni economiche, sia a livello di conti pubblici che di economia di mercato, che derivano dall’alto numero di ragazzi in crisi permanente è stimato sugli oltre 755.000 dollari a testa.

Non aiuta certo il fatto che la prima linea di difesa schierata dalla società per gestire questa emergenza siano le…Prosegue su IlBo

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