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“Diventare cyborg”. Aula B, ore 9,30

27/02/2015

Nascosta nel labirinto di laboratori dell’Ames Research Center, l’istituto per la sperimentazione scientifica di ultimissima generazione che la Nasa gestisce nel cuore della Silicon Valley, c’è una organizzazione in erba ma estremamente ambiziosa, e generosamente finanziata dai soldi del settore tecnologico, che nella California settentrionale ha il suo cuore pulsante. Si chiama Singularity University ma, nonostante il nome, non è un ateneo tradizionale, per quanto la formazione sia una componente essenziale delle sue attività, che ne fanno un’istituzione ibrida. Singularity, che dal punto di vista giuridico è una benefit corporation (una categoria di gruppi for-profit riconosciuta in alcuni stati americani per via del fatto che questi hanno, da statuto, obblighi che vanno oltre al semplice profitto e includono anche un impatto positivo a livello sociale), è piuttosto un incrocio fra gruppo filantropico, acceleratore di start-up, fondo di venture capital, società coordinatrice di convegni internazionali e sede di una serie di corsi e workshop tra i più originali al mondo.

“Singularity è nata dal desiderio di capire come si possono usare le nuove tecnologie per risolvere i grandi problemi del mondo contemporaneo, dalla povertà alla scarsità d’acqua”, dice Chiara Giovenzana, modenese ex-studente di Singularity che ne è poi diventata il direttore per il Community Engagement. L’organizzazione è stata fondata nel 2008 da Peter Diamandis, ingegnere, medico e imprenditore dedito soprattutto alla ricerca nel campo dell’esplorazione spaziale (Diamandis è tra i creatori del rinomato X PRIZE) e Ray Kurzweil, oggi con Google ma ormai da anni tra i più conosciuti, e controversi, visionari-inventori provenienti dal mondo delle nuove tecnologie. E deve il proprio nome al principio unificatore dell’utopia tecnologica cui aderiscono Diamandis e Kurzweil, la Singolarità. Ovvero, la prefigurazione del momento nel quale, grazie alle nuove tecnologie, l’uomo potrà emanciparsi definitivamente, dal punto di vista delle facoltà fisiche e soprattutto intellettive, dai suoi limiti biologici. Un’auspicata nuova fase della storia umana che il New York Times descrive, non acriticamente, come “un’epoca, forse anche solo vent’anni nel futuro, nella quale una forma superiore di intelligenza dominerà e la vita prenderà una forma alterata che, nel nostro limitato stato attuale, non possiamo né predire né comprendere”.

Il programma di punta di questa istituzione è il corso estivo, il Graduate Studies Program, della durata di dieci settimane e dal costo complessivo di circa 30.000 dollari, che però da quest’anno, grazie soprattutto a una donazione ad hoc fatta da Google, è coperto interamente dai partner aziendali di Singularity University. Vi prendono parte 80 studenti provenienti da tutto il mondo e con bagagli personali e professionali anche molto diversi, uniti soprattutto dal loro essere “sognatori” e dall’aver superato un processo di selezione molto competitivo, cui partecipano migliaia di persone ogni anno.

Chiara Giovenzana, che oggi ha 35 anni, descrive l’esperienza di Singularity University come “la più incredibile” della sua vita. “In quelle dieci settimane ho fatto un grande salto sia in termini di competenze sia in termini di velocità di esecuzione – dice Giovenzana – Uno dei pregi di questa iniziativa è il network di persone di cui si entra a fare parte, i legami che si creano sono molto forti”. Prima di imbarcarsi per il Graduate Studies Program nel 2010, Giovenzana aveva ottenuto il dottorato in biotecnologie dall’Università di Modena e aveva fondato una start-up medica in Svizzera, di cui all’epoca era amministratore delegato. In questo senso era un candidato ideale per Singularity University, che esige dagli aspiranti allievi conoscenze approfondite in un dato ambito specialistico, un comprovato spirito imprenditoriale e un dimostrato interesse a cambiare il mondo. Tra i suoi compagni di corso vi erano il primo astronauta coreano e un ragazzo di 18 anni, David Darlymple, che appena maggiorenne stava già completando i propri studi di dottorato presso il Massachusetts Institute of Technology.

Le prime cinque settimane del corso si compongono di un misto di lezioni su ambiti che vanno dalla robotica all’intelligenza artificiale alle nanotecnologie, spesso fatte dagli amministratori delegati delle grandi aziende specializzate quando non addirittura da vincitori di premi Nobel, e di visite alle imprese più innovative della Silicon Valley. Nella seconda metà del programma, invece, i partecipanti si dividono in squadre per ideare e sviluppare un proprio progetto la cui portata potenziale – questo il criterio fondamentale – possa investire un miliardo di persone in tutto il mondo nei successivi dieci anni.

Dei propri giorni a Singularity University, Giovenzana ricorda i ritmi frenetici e l’atmosfera ad alta adrenalina, pervasa di quelle trovate tipiche della Silicon Valley, dagli snack gratuiti e sempre a portata di mano al continuo incoraggiamento al gioco, che senz’altro favoriscono il processo creativo, ma che stanno anche cambiando in maniera radicale, e non necessariamente salubre, il rapporto tra lavoratori e posto di lavoro. Per massimizzare l’uso del tempo e gli effetti positivi dell’interazione tra studenti, i dormitori in cui essi alloggiano si trovano di fianco alle aule di lezione e ai laboratori, con il risultato che essi sono confinati al campus della NASA, e alla compagnia reciproca ed esclusiva, per tutta l’estate. “Sembra un po’ di stare al campo estivo, la chiamano anche la sleepless university perché non c’è mai tempo di dormire – dice Giovenzana – Dopo che finiscono le attività convenzionali, con la presentazione che avviene durante la cena, iniziano quelle non-convenzionali. Immagina un grande salone con divani e sedie e 80 persone che si stanno conoscendo per la prima volta, stanno facendo amicizia, stanno discutendo di idee e progetti. Il tutto va avanti fino alle tre o le quattro del mattino poi alle 8:30 si ricomincia”.

Alla fine del corso, i gruppi di partecipanti presentano il risultato del proprio lavoro ai docenti di Singularity University e a una serie investitori esterni. Dopo di che alcuni di essi ritornano a casa e alle proprie occupazioni di prima, altri lanciano nuove carriere, e altri ancora, quelli che trovano immediatamente i finanziamenti necessari a portare avanti il progetto formulato nel corso dell’estate, continuano a svilupparlo. La stampante 3D installata oggi a bordo della stazione spaziale internazionale è il prodotto…prosegue su IlBo

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