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Ora i gusti dei geek ridisegnano la società

14/01/2015
Ora i gusti dei geek ridisegnano la società

Con le loro start-up hanno scalato la piramide sociale. Ora hanno il potere d’acquisto per modellare il mondo a loro immagine. Iniziando da San Francisco e dal suo mercato immobiliare

Nei ricordi di scuola degli americani erano i compagni di classe più introversi e meno popolari, quelli con la testa sepolta tra i tasti del computer e gli occhi incollati allo schermo, tra un nuovo linguaggio di programmazione e l’ultimo videogioco. Così nell’immaginario collettivo sono stati a lungo assimilati più al goffo Steve Carell del film 40 anni vergine che all’inarrestabile Gordon Gekko di Oliver Stone, padrone della Wall Street degli anni ‘80. Ma i geek hanno scalato la piramide socio-economia negli Stati Uniti, e si trovano ora a sovrastare il resto del Paese dall’alto delle loro start-up e app futuristiche. Tant’è che di recente sono approdati, da protagonisti, anche sui piccoli schermi americani, in due serie televisive a loro dedicate, Silicon Valley di Hbo e Betas di Amazon. E siccome sono diventati famosi e guadagnano molti soldi, i vari Mark Zuckerberg, Evan Williams e Sean Parker -e i loro epigoni più o meno conosciuti – possono contare oggi sull’autorità culturale e sul potere d’acquisto necessari a influenzare i gusti, le abitudini e i valori di noi altri, un po’ come fecero Andrew Carnegie, Andrew Mellon e John Rockefeller a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Con la differenza che questi nuovi robber baron sono quasi tutti giovani.

Per comprendere meglio il ruolo sociale che stanno assumendo i geek è utile partire dalla California settentrionale, patria della Silicon Valley e di migliaia di aziende grandi e piccole che operano nel settore della tecnologia. «Il paragone storico giusto è con gli anni della corsa all’oro, tra il 1849 e il 1855, quando San Francisco si riempì di giovani uomini ambiziosi che divennero padroni del mercato immobiliare e dei locali e iniziarono a comportarsi come i padroni dell’universo» dice a pagina99 Kevin Starr, professore di Storia presso la University of Southern California. «La nuova élite tecnologica sta simultaneamente rivitalizzando il tessuto urbano di San Francisco e traumatizzando una generazione di affittuari di mezz’età che si erano trasferiti quarant’anni fa perché qui trovavano un’America diversa».

Tra il 2010 e il 2013, i posti di lavoro nel settore tecnologico a San Francisco e nella confinante contea Santa Clara, dove si trova la Silicon Valley, sono aumentati di quasi 50 mila unità. Nel 2013, si contavano 56 miliardari in zona e decine di migliaia di milionari. La conseguenza più immediata di questa iniezione di dollari nell’economia locale è stata, in parallelo alla crescita dell’occupazione, anche quella della disuguaglianza. Quest’anno il coefficiente Gini di San Francisco (che misura la distanza tra i ricchi e i poveri) si è assestato sui livelli del Rwanda e del Guatemala.

Questo fenomeno è particolarmente visibile nell’immobiliare, che nella Bay Area è tra i più costosi del Paese, con il prezzo mediano di una casa che si aggira sui 750 mila dollari. «Apple e Facebook hanno stabilito enormi sedi fuori città, attraendo lavoratori da tutta l’America, ma non hanno costruito nemmeno un’unità abitativa – dice a pagina99 Tim Redmon, fondatore del sito di informazione progressista 48hills.org – Quindi tutti vogliono abitare nella Mission (il quartiere più in voga ndr), ma allo stesso tempo la stanno distruggendo, scacciando le persone che ci vivono da decenni perché non hanno abbastanza soldi».

Il fatto poi che la nuova ricchezza tech sia concentrata nelle tasche di professionisti in erba – se l’età media di un lavoratore americano è 42,4 anni, il dipendente tipo di Twitter ha 28 anni e quello di Facebook 29 (in un episodio di Betas, uno dei protagonisti si lamenta di essere un trentacinquenne, che «nella Valley significa circa 95 anni»)  – ha implicazioni anche culturali, giacché essi stanno plasmando la Bay Area a propria immagine e somiglianza. «C’è una proliferazione di app volte a facilitare uno stile di vita dispendioso e rigorosamente da single, e di esercizi commerciali che servono questo pubblico» dice a pagina99 Alexandra Lange, una critica di design che, all’impatto urbanistico dell’industria tech ha dedicato il saggio The Dot-Com City: Silicon Valley Urbanism.

Foursquare e Lyft trasformano la città in un parco giochi, dove è sufficiente cliccare sullo schermo del proprio telefono per essere trasportati laddove gli amici stanno mangiando, bevendo o facendo shopping. TaskRabbit permette ai lavoratori della Silicon Valley, che praticamente vivono nei campus creati dalle loro aziende di subappaltare ad altre persone ogni genere di lavoretto, dalla lavatrice all’assemblaggio dei mobili Ikea. Nel frattempo si moltiplicano i costosi caffè che fungono anche da luogo di lavoro, da dove i bambini sono esclusi e dove il pane artigianale (tra le ultimissime mode) si vende a 3 dollari a fetta. E spopolano le tute di BetaBrand, una marca che vende, a caro prezzo, abbigliamento adatto sia allo yoga che all’ufficio.

Se non mancano le agevolazioni per il privilegiato gruppo demografico di professionisti delle nuove tecnologie, le risorse e le energie investite a favore di vecchi e anziani sono assai di meno. «A volte sembra quasi che queste persone non esistano», dice Lange. Così, per alleggerire il sistema di trasporti pubblici di San Francisco, che ha urgente bisogno di essere ammodernato, la Silicon Valley si dota di Uber e lancia linee di bus privati, rigorosamente dotati di wifi, che portano i dipendenti di Facebook dalle proprie case a San Francisco ai propri uffici a Cupertino, lasciando tutti gli altri a piedi.

Anche il mondo dell’arte deve confrontarsi con una nuova platea di fruitori-finanziatori. «Difficilmente si diventa mecenati prima di una certa età e fin qui questi nuovi milionari tech si sono dimostrati poco interessati alla filantropia – dice a pagina99 Susan Medak, managing director del Berkeley Repertory Theatre – Inoltre, giacché tendono a vedersi come innovatori dirompenti non sono tanto disposti a sostenere le istituzioni esistenti». Piuttosto, preferiscono quella che Medak definisce la filantropia kickstarter, secondo cui chi ha soldi li spende per finanziare progetti specifici e artisti singoli. Spesso con l’aspettativa di ricevere un ritorno sul proprio investimento. «Con l’avvento dell’imprenditoria sociale, per cui si può fare del bene anche guadagnando soldi, questa generazione ha perso il senso delle attività prettamente non profit, che non sono pensate per generare profitto», spiega Medak. E un’élite composta per la maggior parte da ingegneri impone la sua cultura anche nel campo artistico: «Quando si parla di arte oggi nella Bay Area, si parla di arte che…Prosegue su Pagina99

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