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Non solo dipendenti o astemi: la terza via dell’alcol

16/12/2014

Con l’avvicinarsi delle festività natalizie, aumenta esponenzialmente il numero di bicchieri di birra, vino e whisky che capita di sorseggiare distrattamente tra una cena e l’altra. Negli Stati Uniti, il Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) ha di recente provato a stimare in che misura tutto questo bere diventa pericoloso per la salute. Il rapporto, pubblicato a fine novembre, contiene risultati sorprendenti sia in termini negativi sia positivi.

La cattiva notizia è che, tra gli alcolizzati e chi beve in maniera moderata, esiste una terza categoria, costituita da quelli che consumano quantità eccessive di alcolici senza però esserne dipendenti, che è più numerosa e più vulnerabile di quanto si pensi solitamente. Chi appartiene a questo terzo gruppo di bevitori si espone, secondo lo studio, agli effetti negativi che l’alcol ha nel lungo periodo. “Questi includono il tumore al seno, al fegato e le malattie cardiache”, ha dichiarato a NPR Robert Brewer, uno degli autori del rapporto. “Il consumo eccessivo di alcolici – afferma l’analisi del Cdc – è responsabile per una media di 88.000 morti l’anno ed è costato agli Stati Uniti 223,5 miliardi di dollari nel 2006”.

Il rapporto del Cdc include in questo gruppo le donne che hanno bevuto “otto o più bevande alcoliche alla settimana negli ultimi 30 giorni” e gli uomini che ne hanno bevute almeno 15. Il termine “bevanda alcolica” si riferisce qui a circa 15 centilitri di vino, 35,5 di birra e 4,5 di superalcolici, che in pratica si traducono in un bicchiere di vino non stracolmo, una normale bottiglia di birra, e in due dita di vodka o rum. Per le donne in particolare, la soglia è decisamente bassa, giacché 8 bevande alcoliche alla settimana significano un bicchiere di vino o di birra a cena e magari un secondo il sabato sera o la domenica a pranzo.

E infatti, secondo questa definizione, quasi un americano su tre, ovvero il 29% della popolazione, rientra nella tipologia di chi beve eccessivamente. Un calcolo che, visto da questo lato dell’Atlantico, può lasciare qualche perplessità, se guardiamo i parametri dell’Organizzazione mondiale della sanità e del ministero della Salute italiano. Quest’ultimo ritiene uso moderato e privo di rischi i tre bicchieri di vino al giorno per gli uomini, due per le donne; uno standard più restrittivo di quello dell’Oms, che indica un limite di 70-80 grammi di alcol al giorno, e del suo Comitato regionale europeo che consiglia di non eccedere i quattro bicchieri. Il criterio generale è quello di non superare il grammo di alcol per chilogrammo di peso corporeo e sempre ai pasti. Un totale che, secondo i parametri di riferimento, molto vicini peraltro a quelli Usa (125 millilitri di vino, 33 di birra, 40 di superalcolico), porta a quantità totali che il Cdc considera a rischio. Valutazione differente, insomma.

Va detto però che sia l’Oms che ministero italiano considerano sempre un consumo regolare e a pasto, in cui non si beve mai più di uno/due bicchieri per volta e si mantiene bassa la concentrazione di alcol consentendo al fisico di metabolizzarlo correttamente.  Mentre, in realtà, la maggioranza dei bevitori non-alcol dipendenti che eccedono le quantità moderate analizzati dallo studio del Cdc segue piuttosto il modello del binge drinking, ovvero “bere per ubriacarsi”, concentrando il proprio consumo di alcolici quasi esclusivamente nel weekend, quando ne tracanna quattro o più porzioni al giorno e di solito a distanza ravvicinata, per massimizzare l’effetto.

Lo studio del Cdc calcola che la metà delle morti considerate e i tre quarti dei costi economici siano dovuti precisamente al fenomeno del binge drinking, cui sono associati una serie di altri problemi sociali e medici connessi all’ubriachezza e conseguente perdita di controllo: dagli incidenti stradali e dagli scoppi di violenza fino alle infezioni da Hiv e alle gravidanze non desiderate. Questa modalità di consumo estremamente pericolosa è particolarmente diffusa sui campus delle università americane, dove coinvolge la metà di tutti gli studenti che bevono alcolici. Dati del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism rivelano che 1.825 universitari tra i 18 e i 24 anni di età muoiono ogni anno per lesioni in qualche modo collegate al loro stato di ebbrezza, quasi 700.000 soffrono aggressioni da parte di compagni di studio ubriachi e quasi 100.000 subiscono atti di violenza sessuale che avvengono in contesti in cui vittime e carnefici hanno bevuto troppo.

Fortunatamente, però, il Cdc ci da anche una buona notizia. Il 90% circa delle persone che bevono alcolici in maniera eccessiva non ne è dipendente e dunque non ricade nella categoria degli alcolizzati. “Molta gente tende a mettere sullo stesso piano l’eccessivo consumo di alcolici e l’alcolismo – ha dichiarato sempre il dottor Brewer, questa volta al New York Times – Dobbiamo invece escogitare nuove strategie per…Prosegue su IlBo

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