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Petrolio: è l’ora del tutti contro tutti

15/12/2014

A inizio dicembre, il prezzo del greggio è sceso sotto i 67 dollari al barile, assestandosi su livelli che non si vedevano ormai dal 2009. Questa cifra rappresenta un crollo del 40% circa da giugno, quando un barile costava approssimativamente 115 dollari. Anche se con qualche assestamento, le previsioni sono che questo trend continuerà invariato nel prossimo futuro. La banca d’investimento Morgan Stanley stima, in un rapporto del 5 dicembre, che nel il 2015 il prezzo medio di un barile di greggio si aggirerà sui 70 dollari, risalendo poi a 88 dollari nel 2016: un prezzo comunque molto più basso rispetto a quanto visto negli ultimi anni. Secondo l’Economist, che agli ultimi sviluppi nel settore dell’energia ha dedicato la copertina del numero del 6 dicembre, si tratta di una svolta decisiva. “I fondamentali economici del petrolio sono cambiati”, ha proclamato il settimanale. Il che significa, tra le altre cose, un possibile riequilibrio dei rapporti di forza tra Paesi come gli Stati Uniti e il Venezuela, l’Arabia Saudita e l’Iran.

Alle origini dello slittamento del prezzo del greggio sui mercati internazionali ci sono due fattori in particolare. “Innanzitutto c’è più offerta grazie alla rivoluzione del petrolio di scisto nell’America del Nord – dice Leslie Palti-Guzman, Senior analyst nella divisione Global Energy & Natural Resources della società di ricerca e consulenza Eurasia Group – In secondo luogo, osserviamo una domanda complessivamente inferiore, dovuta soprattutto al rallentamento dell’economia in Cina”. Se, tradizionalmente, la riduzione della domanda energetica causa sì il ribasso del prezzo del petrolio, ma segnala anche l’arrivo imminente di una recessione, il fatto che questa volta le quotazioni del greggio siano scese soprattutto per via dell’aumento dell’offerta è considerato quindi dagli esperti come positivo. Negli ultimi quattro anni negli Stati Uniti sono stati trivellati 20.000 nuovi pozzi, incrementando la produzione americana di greggio di tre milioni di barili al giorno. Con un totale di nove milioni di barili al giorno, gli Stati Uniti sono oggi secondi solo all’Arabia Saudita (in testa con circa dieci milioni) nella classifica dei maggiori produttori di petrolio al mondo.

A beneficiare di questa nuova realtà – che corrisponde un po’ a un’improvvisa iniezione di liquidità – dovrebbero essere innanzitutto i consumatori e, di conseguenza, l’economia mondiale. Soprattutto in Paesi come la Germania, il Giappone, l’India e l’Italia, che sono importatori netti di energia e per i quali il Fondo Monetario Internazionale stima che il calo del prezzo del petrolio potrebbe contribuire a far crescere il PIL di quasi un punto percentuale. L’Economist calcola che una riduzione di 40 dollari al barile trasferisce circa 13.000 miliardi di dollari dalle tasche dei produttori a quelle dei consumatori. Negli Stati Uniti, l’automobilista tipo, che nel 2013 ha spesso 3.000 dollari per fare benzina, potrebbe ritrovarsi con 800 dollari in più nel portafoglio.

Non mancano però i perdenti. “In questa situazione i Paesi esportatori di petrolio, quelli le cui finanze pubbliche dipendono in modo sproporzionato da questa risorsa, soffriranno – dice Palti-Guzman – L’Arabia Saudita, il Brasile, la Russia, la Nigeria, l’Iraq, l’Iran, il Kuwait, il Venezuela dovranno rivedere i propri bilanci nel 2015”. A Mosca, il ministero dell’Economia già prevede che, fra le sanzioni europee e americane cui è sottoposto e il crollo del greggio (che rappresenta il 60% delle sue esportazioni), il Paese entrerà in recessione nel 2015, con ripercussioni pesanti anche al di fuori dei confini nazionali. Grosse difficoltà ci saranno anche per i governi di una serie di Paesi del Golfo – dal Qatar all’Oman al Bahrain – che hanno lanciato ingenti programmi di spesa pubblica come risposta ai sommovimenti della “Primavera Araba”, nel tentativo di tener buone le proprie popolazioni. “Per alcuni di essi sarà difficile mantenere tali iniziative – dice Palti-Guzman – Quindi è a rischio, oltre a budget, bilance dei pagamenti e crescita economica, anche la loro stabilità politica”.  E se la Russia e l’Arabia Saudita hanno dimensioni e riserve valutarie tali da poter resistere all’assedio per qualche tempo, per altre nazioni più piccole, come l’Algeria e il Venezuela, la crisi potrebbe essere più immediata e rovinosa.

Sorprende in questo contesto – ma solo in parte – la recente decisione dell’OPEC di non tagliare la produzione di greggio per farne risalire il valore. “L’OPEC riflette generalmente la volontà dell’Arabia Saudita e credo che a questo punto l’Arabia Saudita non sia pronta ad agire perché sa che il più basso prezzo del petrolio colpisce soprattutto i suoi avversari”, dice Palti-Guzman. Riyadh è particolarmente preoccupata che i negoziati nucleari in corso, e la crisi in Siria, possano riavvicinare Stati Uniti e Iran, il suo principale rivale nella lotta per l’egemonia in Medio Oriente. E quindi non vuole perdere l’occasione di infliggere qualche danno collaterale a Teheran, che, ancor più della Russia, deve già gestire rigide sanzioni economiche, esportazioni energetiche comprese.

Anche a Washington, naturalmente, non dispiace vedere sempre più indeboliti tre dei governi che sono più ostili agli interessi americani, quelli del Venezuela, della Russia (della cui crisi si avvantaggia anche l’Unione Europea) e dello stesso Iran. Il quale, a fronte di un prezzo del petrolio quasi dimezzato, si trova in una posizione sempre più vulnerabile nelle discussioni in corso con l’Occidente.

A soffrire, però, del ribasso del greggio sono anche i produttori americani di petrolio di scisto, le cui operazioni ad alto contenuto tecnologico sono troppo costose e quindi non sostenibili a fronte dei nuovi prezzi. E di questo si avvantaggia, ancora una volta, l’Arabia Saudita, che non vede di buon occhio la rivoluzione del fracking e nemmeno lo sviluppo di fonti di energia alternativa, due ambiti che, per rimanere attraenti per il mercato e continuare a espandersi, necessitano di quotazioni del greggio alte. Per quanto riguarda il fracking, l’impatto si farà sentire soprattutto sui giacimenti ancora da sviluppare. A novembre, il numero di licenze concesse negli Stati Uniti per nuovi pozzi, incluso sia il petrolio sia il gas di scisto, è crollato del 40% rispetto al mese precedente. “Ci sarà forse un rallentamento nel ritmo delle attività estrattive americane, ma non uno stop totale – dice Palti-Guzman – Per arrivare a tale scenario, bisognerebbe che il greggio scendesse sotto i 50 dollari al barile”. Invece, Eurasia Group stima che, nonostante un prezzo del petrolio stabilmente sotto i livelli degli ultimi anni, il ritmo delle trivellazioni e degli investimenti non precipiterà poi così tanto, per tre ragioni in particolare…Prosegue su IlBo

 

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One Comment leave one →
  1. 24/01/2015 18:51

    La guerriglia è iniziata ai boccafori dei pozzi, ma deve prima o poi spostarsi sulle piazze finanziarie. C’è una montagna di debiti – con rating spazzatura – nascosta nei bilanci delle compagnie petrolifere americane. E’ solo una questione di tempo.

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