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Quando gli arcinemici ti studiano in casa

05/11/2014

A metà ottobre, il National Iranian American Council (NIAC), un’organizzazione non-profit di Washington DC che difende gli interessi della comunità iraniana-americana negli Stati Uniti, ha fatto circolare su Internet una foto, postata originariamente su Twitter dallo scrittore e studioso della storia delle religioni Reza Aslan, intitolata “L’Iran ha il più alto numero di ministri che hanno studiato negli Stati Uniti di tutti i governi stranieri al mondo”. L’immagine ritrae il gabinetto del presidente Hassan Rouhani, corredato con il nome dell’alma mater americana di sei dei suoi membri. Si scopre così che il ministro degli Affari Esteri Javad Zarif ha una laurea e un master alla California State University a San Francisco e un secondo master dell’università di Denver in Colorado; che Mohammad-Ali Najafi, il ministro della Scienza, della Ricerca e della Tecnologia ha un master e un dottorato del Massachusetts Institute of Technology (MIT) come anche il capo dell’Agenzia Iraniana per l’Energia Atomica Ali Akbar Salehi; che Mahmoud Vaezi, il ministro delle Comunicazioni, ha studiato presso la California State University a Sacramento e San Jose e alla Louisiana State University. Oltre naturalmente al fatto che Rouhani stesso ha conseguito un master e un dottorato alla Glasgow Caledonian University, in Scozia: in Gran Bretagna dunque, e non negli Stati Uniti, ma comunque presso una prestigiosa università occidentale in lingua inglese.

 

iran cabinet

 

Nel bel mezzo di un round di negoziati cruciali sulla questione nucleare, su cui Washington spera finalmente di raggiungere un accordo con Teheran entro il 24 novembre, la foto è certamente un auspicio che, nonostante le differenze di prospettiva e opinione che dividono le due parti, esista comunque un certo livello di conoscenza reciproca, un linguaggio comune e una capacità di comprensione cementati proprio negli anni dell’università.

Più in generale, questa fotografia costituisce una rappresentazione efficace del concetto, appartenente all’ambito delle relazioni internazionali, di soft power, ovvero “l’abilità di ottenere quello che si vuole attraverso un meccanismo di attrazione piuttosto che attraverso la coercizione o il pagamento”. Coniato nel 1990 da Joseph Nye, scienziato politico della Harvard University, questa nozione non si applica certo al solo settore dell’istruzione; anche lo stesso Nye, però, ne ha scritto in questo contesto in un paper del 2004 intitolato proprio “Soft Power and Higher Education”. “Le idee e i valori che l’America esporta nelle menti di più di mezzo milione di studenti stranieri che ogni anno studiano presso le università americane e poi ritornano nei loro paesi […] tendono a raggiungere le élite al potere – commentava allora lo studioso – La maggior parte dei leader della Cina hanno un figlio o una figlia educati negli Stati Uniti, che ne possono offrire un ritratto realistico spesso in contrasto con le caricature tipiche della propaganda cinese ufficiale”. Nel caso dell’Iran, come per altro in quelli del Re Abdullah II di Giordania, che ha studiato alla Georgetown University, del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che ha un master e un dottorato della University of Illinois a Urbana-Champaign, e di Ellen Johnson Sirleaf, Presidente della Liberia laureatasi all’University of Wisconsin-Madison – e di innumerevoli altri decisori politici e funzionari di maggiore o minor rango in giro per il mondo – non si tratta solo di figli o nipoti, ma dei governanti stessi.

“Le università sono un attore transnazionale molto importante – dice Rasmus Gjedssø Bertelsen, professore presso l’Institut for Kultur og Globale Studier della Aalborg University in Danimarca – Esse possono fare da ponte tra due paesi, sorreggendo un traffico di informazioni, idee e talenti che procede in entrambe le direzioni”. Bertelsen ha svolto un lavoro di ricerca in merito durante un periodo passato a Harvard, durante il quale si è concentrato sul ruolo svolto dagli atenei stranieri in Medio Oriente, in particolare le due American University di Beirut e del Cairo e la francese Université Saint-Joseph, sempre di Beirut. Nell’esperienza anche personale di Bertelsen, che è passato per diverse università europee e americane, si questa della formazione di studenti stranieri è una tradizione cara soprattutto ai paesi anglo-sassoni e alla Francia. “In posti come Cambridge o Sciences Po c’è un senso molto forte che si sta formando anche la classe dirigente di altre nazioni”, dice lo studioso danese.

Riconosciuto questo legame spesso non immediatamente visibile ma effettivo, bisogna però fare attenzione a…Prosegue su IlBo

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