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“Troppo razzismo nelle istituzioni”

21/08/2014
 
"Troppo razzismo nelle istituzioni"

A Ferguson e non solo. “Bene Obama a sottolineare la trasparenza ma deva fare di più”. Parla Clarissa Rile Hayward, professore associato di Scienze Politiche e Filosofia alla Washington University di St. Louis

Washington. A circa mezzogiorno di sabato 9 agosto, Darren Wilson, un poliziotto bianco di Ferguson, sobborgo di St. Louis in Missouri, ha ucciso con sei colpi di pistola il diciottenne afro-americano Michael Brown. Brown era disarmato. Non appena si è sparsa la notizia, sono cominciate le proteste, largamente pacifiche anche se con punte di violenza, da parte dei residenti incensati per l’ennesimo episodio di apparente aggressività ingiustificata da parte delle forze dell’ordine contro i cittadini neri. A loro volta, le forze dell’ordine hanno reagito alle manifestazioni con forza eccessiva, provocando nuove proteste. Per riportare all’ordine una situazione fuori controllo, il Governatore Jay Nixon ha istituito nel weekend un coprifuoco, che però non ha tenuto, e ora ha attivato persino la Guardia Nazionale. Per comprendere le radici delle tensioni razziali che corrono ancora così profonde negli Stati Uniti, pagina99 ha parlato con Clarissa Rile Hayward, professore associato di Scienze Politiche e Filosofia alla Washington University a St. Louis.

 

Dobbiamo pensare a Ferguson come a un’anomalia nell’America di oggi o come a un incidente rappresentativo di una realtà più vasta?
“Penso assolutamente non sia un’anomalia. Il modo in cui le città americane, compresa St. Louis, organizzano i propri spazi urbani e i propri governi possono aiutarci a capire perché. Le nostre aree metropolitane sono suddivise in tantissime municipalità, a St. Louis se ne contano 387 diverse. Tra cui Ferguson. E le decisioni, su questioni come le tasse o gli investimenti nell’istruzione, sono decise a livello locale, generando quindi enormi differenze all’interno della stessa città. St. Louis finisce così per essere una delle aree metropolitane più segregate in America, assieme ad altre come Chicago, Cleveland, Detroit”.

 

Possiamo quindi mettere Michael Brown nella stessa categoria di Trayvon Martin, il diciassettenne ucciso da una guardia privata a Sanford, Florida nel febbraio 2012?

“Direi senz’altro di sì, con l’aggravante che un poliziotto ha sparato a Michael Brown, rendendo l’evento più significativo a livello politico, giacché si tratta di una persona incaricata di proteggere Brown, non di un cittadino qualsiasi”.

 

Com’è possibile che in una città fatta per il 67% da residenti di colore, il governo locale sia dominato da politici bianchi e ci siano solo tre poliziotti neri su 53?

“È una cosa che sorprende molto anche gli americani. Ma a Ferguson le elezioni municipali si tengono separatamente da quelle nazionali, a primavera anziché a novembre. E vari studi hanno dimostrato che quando il voto è strutturato in questa maniera, non solo meno gente va complessivamente alle urne alle tornate elettorali locali, ma la differenza è particolarmente evidente tra i cittadini meno istruiti, più poveri, e tra chi è in affitto anziché avere la casa di proprietà. Quindi anche solo il fatto che la popolazione afro-americana a Ferguson sia composta soprattutto di affittuari, che traslocano più frequentemente, già di per sé contribuisce a ridurne l’affluenza alle urne”.

 

Che effetto ha questa forma di segregazione razziale istituzionalizzata sulla visione del mondo degli afro-americani piuttosto che dei bianchi in America?

“Crea percezioni molto differenti della realtà, anche tra persone che hanno valori simili. Ci sono tantissimi bianchi che credono nell’uguaglianza e nella necessità di trattare tutti allo stesso modo, ma in pratica non hanno alcuna esperienza personale dell’ineguaglianza che ancora esiste, perché vivono un po’ in un mondo parallelo”.

 

Come vede gli Stati Uniti oggi in termini di relazioni razziali?

“Se si guarda al lungo periodo, sarebbe sbagliato…Prosegue su Pagina99

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