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Quei mammoni dei giovani americani

03/06/2014

Se la mobilità geografica dei lavoratori è da sempre il tallone d’Achille dell’economia italiana, e ora anche europea, è invece storicamente uno dei maggiori punti di forza di quella americana, con individui di ogni età, genere e classe sociale sempre pronti a fare le valigie e trasferirsi dall’altra parte del Paese in cerca di opportunità migliori. Le cose stanno però cambiando anche qui, conseguenza, in parte, della crisi economica degli ultimi anni e di una ripresa finora molto deludente e, in parte, di trasformazioni di lungo periodo e difficilmente reversibili.

Dati dell’US Census Bureau, l’agenzia del governo federale che raccoglie ed elabora statistiche di carattere demografico, mostrano che nel 2000 il tasso di mobilità negli Stati Uniti, ovvero la percentuale di americani che in un determinato anno cambia paese, contea o stato, era del 14,5%. “Trent’anni fa eravamo addirittura sul 20% – dice Peter Francese, demografo e consulente del New Hampshire – Ora invece siamo sotto il 12%, il livello più basso mai registrato.” Il declino è avvenuto prima gradualmente, e poi ha accelerato all’improvviso a causa della recessione.

Alle origini di questo fenomeno, dice Francese, ci sono innanzitutto evoluzioni strutturali più che contingenze economiche. Ad esempio l’aumento del numero di persone sopra i 65 anni, che tradizionalmente hanno un tasso di mobilità di molto inferiore alla media (sotto il 5%) Questo è dovuto all’invecchiamento dei baby boomer, la generazione numericamente consistentissima nata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e al calo delle nascite avvenuto negli ultimi decenni. Anche la transizione a un’economia digitale ha giocato un ruolo importante, rendendo sempre più facile lavorare da casa e di conseguenza meno importante il luogo di residenza ai fini di una remunerazione soddisfacente. “A nessuno importa dove vive un grafico di talento – dice Francese – Non vogliono necessariamente vederti in faccia, a patto che consegni regolarmente il lavoro commissionato”.

Su questa realtà già così fluida e in continuo cambiamento si è poi abbattuta la crisi, che ha contribuito in particolare a scoraggiare la mobilità dei giovani tra i 25 e i 34 anni – quelli che oggi appartengono alla “Generazione Y” – che invece sono sempre stati il gruppo demografico più propenso a prendere su e spostarsi altrove per ragioni di lavoro. “Gli stipendi sono calati – spiega Francese – e questo rende più difficile giustificare i costi di un trasferimento”. La crescita esponenziale del debito studentesco – quei prestiti contratti per pagare l’università che hanno ormai superato quota mille miliardi di dollari – non aiuta, giacché spinge i neo-laureati, indebitati fino al collo e con prospettive professionali nella maggior parte dei casi misere a starsene più a lungo possibile a casa con i genitori anziché mettere su famiglia per conto proprio, raggiungere i fidanzati e le mogli in altre città o tentare fortuna in un altro stato. Nel 2013, il 13,6% dei millennial abitava ancora con la famiglia d’origine: una percentuale in netto aumento rispetto al 10% registrato nei primi anni 2000.

Naturalmente questa situazione ha profonde conseguenze non solo a livello individuale, ma per l’economia tutta. Nell’immediato, il calo della mobilità geografica provoca una perdita diretta di attività economica giacché la gente non compra biglietti aerei o nuove autovetture e non acquista o affitta nuove case – che quindi non vengono nemmeno ristrutturate e riempite di nuovi mobili, piatti e decorazioni. Pesante in particolare è la riduzione nel numero delle compravendite di immobili, giacché tanti individui sono coinvolti in questo genere di transazione e se ne avvantaggiano economicamente: agenti, avvocati, banche così come imprese edili, ingegneri, artigiani e via dicendo.

Vi sono poi anche pesanti conseguenze indirette. Innanzitutto…Prosegue su IlBo

 

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