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Ghetti Usa e inquinamento, perché i neri respirano un’aria peggiore

23/04/2014

WASHINGTON – Gli Stati Uniti sono un paese segnato da profonde differenze sia economiche sia razziali. L’1% più ricco delle famiglie detiene circa il 40% della ricchezza nazionale e il 20% ne controlla quasi il 90%, dati che a prima vista potrebbero essere confusi con quelli di una dittatura africana. Il tasso di disoccupazione tra i neri è mediamente del 60% più elevato di quello tra i bianchi. E con la stragrande maggioranza dei carcerati che appartiene a una minoranza etnica, uno su tre uomini di colore è stato o andrà in prigione durante la propria vita. Queste diverse forme di disuguaglianza, tutte in continua crescita, hanno un effetto a cascata non solo sull’economia, ma anche sulla società e persino sulla salute. Uno studio del 2013 del Centers for Disease Control and Prevention, un istituto nazionale di sanità, stima che i bianchi nati nel 2010 hanno una aspettativa di vita di 78,9 anni, mentre i loro coetanei neri vivranno in media solo 75,1 anni.

Ora, una squadra di studiosi guidata dal Professore Julian Marshall dell’Università del Minnesota ha scavato tra i dati del Census Bureau, un’agenzia di statistica del governo federale incaricata, tra le altre cose, del censimento decennale, e ha individuato l’ennesimo fattore di iniquità economica e razziale: la disuguaglianza ambientale.

«Abbiamo analizzato la concentrazione di inquinamento dell’aria in tutti gli Stati Uniti e l’abbiamo confrontata con le caratteristiche demografiche della popolazione – dice Marshall, che insegna ingegneria ambientale, a pagina99 – E abbiamo scoperto che la differenza nell’esposizione al biossido d’azoto tra bianchi e non bianchi è quasi del 40%». Questo significa che, per ragioni che vanno ancora approfondite e spiegate, gli americani meno abbienti e, soprattutto, quelli appartenenti alle minoranze etniche tendono ad abitare in zone in cui l’inquinamento è maggiore. Il biossido d’azoto è prodotto dalla combustione di carburanti come la benzina, il diesel e il carbone. È quindi presente non solo in aree industriali, ma anche nei centri città intasati di traffico e attorno alle grandi arterie stradali. Bisogna quindi immaginarsi la differenza tra vivere in un sobborgo verde e alberato o appresso all’autostrada.

«Anche se il nostro non è uno studio sulla salute, abbiamo subito pensato che questi numeri avessero anche un impatto su di essa» spiega Marshall. Il suo team ha quindi fatto un semplice calcolo, sulla base anche di altri dati disponibili a proposito dell’effetto dell’inquinamento sugli individui, arrivando a stimare che se i non bianchi respirassero la stessa aria dei bianchi si avrebbero 7.000 decessi da infarto in meno all’anno. A questo bisogna aggiungere che il biossido d’azoto ha conseguenze negative sull’apparato respiratorio e sui feti delle donne incinte.

Uno degli aspetti più interessanti dello studio effettuato da Marshall e dai suoi colleghi è che, se il reddito gioca un ruolo importante nel determinare la disuguaglianza ambientale, il fattore razziale è ancora più decisivo. In sostanza, a parità di reddito, dai più bassi ai più alti, i non bianchi vivono in zone più inquinate dei bianchi.

«Se questa analisi fosse spiegabile interamente sulla base del reddito, sarebbe più facile interpretarne, e al contempo ignorarne, le conclusioni» dice Marshall. «La gente che ha più soldi ottiene molti benefici: hanno accesso a servizi sanitari migliori e possono comprarsi macchine migliori e case più grandi, quindi perché no permettersi anche aria più pulita?». Che sia invece la razza piuttosto che le condizioni finanziarie di una persona a determinarne l’esposizione all’inquinamento rende più difficile identificare…Prosegue su Pagina99

Disuguaglianza ambientale

Uno studio dell’Università del Minnesota. «Se tutti respirassero la stessa aria dei bianchi ci sarebbero 7000 decessi da infarto in meno all’anno». Il reddito non è l’unica ragione delle differenze

WASHINGTON – Gli Stati Uniti sono un paese segnato da profonde differenze sia economiche sia razziali.
L’1% più ricco delle famiglie detiene circa il 40% della ricchezza nazionale e il 20% ne controlla quasi il 90%, dati che a prima vista potrebbero essere confusi con quelli di una dittatura africana. Il tasso di disoccupazione tra i neri è mediamente del 60% più elevato di quello tra i bianchi. E con la stragrande maggioranza dei carcerati che appartiene a una minoranza etnica, uno su tre uomini di colore è stato o andrà in prigione durante la propria vita. Queste diverse forme di disuguaglianza, tutte in continua crescita, hanno un effetto a cascata non solo sull’economia, ma anche sulla società e persino sulla salute. Uno studio del 2013 del Centers for Disease Control and Prevention, un istituto nazionale di sanità, stima che i bianchi nati nel 2010 hanno una aspettativa di vita di 78,9 anni, mentre i loro coetanei neri vivranno in media solo 75,1 anni.

Ora, una squadra di studiosi guidata dal Professore Julian Marshall dell’Università del Minnesota ha scavato tra i dati del Census Bureau, un’agenzia di statistica del governo federale incaricata, tra le altre cose, del censimento decennale, e ha individuato l’ennesimo fattore di iniquità economica e razziale: la disuguaglianza ambientale.

 

«Abbiamo analizzato la concentrazione di inquinamento dell’aria in tutti gli Stati Uniti e l’abbiamo confrontata con le caratteristiche demografiche della popolazione – dice Marshall, che insegna ingegneria ambientale, a pagina99 – E abbiamo scoperto che la differenza nell’esposizione al biossido d’azoto tra bianchi e non bianchi è quasi del 40%». Questo significa che, per ragioni che vanno ancora approfondite e spiegate, gli americani meno abbienti e, soprattutto, quelli appartenenti alle minoranze etniche tendono ad abitare in zone in cui l’inquinamento è maggiore. Il biossido d’azoto è prodotto dalla combustione di carburanti come la benzina, il diesel e il carbone. È quindi presente non solo in aree industriali, ma anche nei centri città intasati di traffico e attorno alle grandi arterie stradali. Bisogna quindi immaginarsi la differenza tra vivere in un sobborgo verde e alberato o appresso all’autostrada.

«Anche se il nostro non è uno studio sulla salute, abbiamo subito pensato che questi numeri avessero anche un impatto su di essa» spiega Marshall. Il suo team ha quindi fatto un semplice calcolo, sulla base anche di altri dati disponibili a proposito dell’effetto dell’inquinamento sugli individui, arrivando a stimare che se i non bianchi respirassero la stessa aria dei bianchi si avrebbero 7.000 decessi da infarto in meno all’anno. A questo bisogna aggiungere che il biossido d’azoto ha conseguenze negative sull’apparato respiratorio e sui feti delle donne incinte.

Uno degli aspetti più interessanti dello studio effettuato da Marshall e dai suoi colleghi è che, se il reddito gioca un ruolo importante nel determinare la disuguaglianza ambientale, il fattore razziale è ancora più decisivo. In sostanza, a parità di reddito, dai più bassi ai più alti, i non bianchi vivono in zone più inquinate dei bianchi.

«Se questa analisi fosse spiegabile interamente sulla base del reddito, sarebbe più facile interpretarne, e al contempo ignorarne, le conclusioni» dice Marshall. «La gente che ha più soldi ottiene molti benefici: hanno accesso a servizi sanitari migliori e possono comprarsi macchine migliori e case più grandi, quindi perché no permettersi anche aria più pulita?». Che sia invece la razza piuttosto che le condizioni finanziarie di una persona a determinarne l’esposizione all’inquinamento rende più difficile identificare con esattezza le ragioni di questo fenomeno, che in parte derivano senz’altro da modelli storici di inurbamento e dal relativo peso politico dei bianchi rispetto ai non-bianchi. Basti pensare che le grandi vie di scorrimento e autostrade furono costruite, a loro tempo, nel mezzo di quartieri popolati da minoranze etniche che non avevano alcuna voce in capitolo su questo genere di grandi progetti di infrastrutture.

 

Marshall ha tentato di replicare lo stesso studio anche nell’Unione Europea. Eppure, per ora, è riuscito con successo solo sulla prima parte dell’analisi, quella sulle concentrazioni di agenti inquinanti nell’aria. «Dalle conversazioni avute con i colleghi europei – conclude il professore dell’Università del Minnesota – non sono sicuro invece che esistano le dettagliate statistiche demografiche necessarie, a livello dell’isolato, a completare anche la seconda fase della ricerca».

– See more at: http://www.pagina99.it/news/home/5284/Ghetti-Usa-e-inquinamento–perche.html#sthash.tDeYAvrG.dpuf

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