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Perché da poveri si vive di meno

18/02/2014

Di questi tempi negli Stati Uniti non si fa altro che parlare di disuguaglianza economica, ma se ne discute comunemente in termini solo monetari. I salari stagnanti dei lavoratori rendono difficile arrivare alla fine del mese a fronte di prezzi in costante aumento per beni necessari come la casa e l’istruzione. Intanto i ricchi spendono liberamente in yacht di lusso, aerei privati e attici a Manhattan che costano diverse decine di milioni di dollari. La disuguaglianza però tocca le vite degli americani a entrambi gli estremi della piramide socio-economica anche in un’altra maniera, meno immediatamente percepibile ma molto più intima. Ne influenza profondamente l’aspettativa di vita.

Una serie di studi demografici pubblicati fra il 2008 e il 2012 mostra che negli ultimi due decenni il numero di anni di vita su cui può contare un americano medio è diventato sempre più correlato al suo status sociale. Ovviamente, i cittadini meglio posizionati hanno fatto grandi passi in avanti. Tra i meno fortunati, però, si è verificato non solo un rallentamento, ma un declino in alcuni casi addirittura drammatico.

L’analisi più allarmante è stata pubblicata nel 2012 da 15 ricercatori capeggiati da S. Jay Olshansky dell’università dell’Illinois a Chicago. Nei loro calcoli, tra il 1990 e il 2008 le donne americane bianche senza un diploma di scuola superiore hanno visto la propria aspettativa di vita ridursi di ben cinque anni (scendendo a quota 73,5 anni contro gli 83,9 anni delle loro colleghe con almeno una laurea) e gli uomini di tre anni (con 67,5 anni contro gli 80,4 dei più istruiti). È preso qui in considerazione il livello di istruzione perché più facile da determinare che non il reddito, e perché è comunque fortemente correlato a tutta una serie di importanti caratteristiche socio-economiche. Si tratta di risultati quasi senza paragoni nelle società progredite.

“Non abbiamo mai visto una contrazione di questa magnitudine in un periodo così breve di tempo se non in circostanze eccezionali, ad esempio l’epidemia di influenza del 1918 e il collasso dell’Unione Sovietica – spiega Olshansky – Quindi sta succedendo qualcosa di grosso negli Stati Uniti, ma non è del tutto chiaro cosa”. Tra le ipotesi fatte dagli esperti c’è anche l’epidemia di tossicodipendenza da oppiacei, dalle pillole antidolorifiche all’eroina vera e propria, e il fumo. Se la percentuale di fumatori è molto calata tra gli americani più benestanti, rimane invece elevata tra i meno privilegiati.

Stupisce, in particolare, che questi problemi affliggano certi strati della popolazione bianca ancor più che nera, che tradizionalmente ha un’aspettativa di vita più bassa. I neri anche più poveri hanno infatti migliorato la propria posizione relativa, seppur lentamente. “Va detto che i neri partivano da livelli così bassi che difficilmente avrebbero potuto scendere oltre”, dice Olshansky.

Fatto sta che un altro studio sempre del 2012 mostra che il gap tra bianchi e neri, per quanto ancora reale, sta progressivamente restringendosi. Un dato solo per certi versi positivo. “Il problema è che stiamo in parte riducendo la distanza perché i bianchi muoiono prima”, dice Ellen Meara, economista della Darmouth University in New Hampshire. Meara è co-autrice di un paper del 2008 in cui si discute di tendenze demografiche simili anche se non così pronunciate, che vedono le donne bianche meno istruite perdere un anno di aspettativa di vita tra il 1990 e il 2000.

L’altra sorpresa di queste recenti scoperte demografiche ha proprio a che vedere con il fatto che…Prosegue su Il Bo

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