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Dante, Omero, Spinoza: perché non servono solo ingegneri

06/02/2014

Sarà che Sheryl Sandberg, il direttore operativo di Facebook, a poco più di 40 anni è di recente entrata a far parte dell’esclusivo club dei miliardari, sarà che gli informatici della Silicon Valley sono tra i pochi giovani emersi senza danni dalla Grande recessione, sarà che i finanzieri di Wall Street continuano a passarsela bene nonostante i disastri che hanno inflitto all’economia mondiale nell’ultimo decennio. Fatto sta che la crisi ha messo in forte discussione il paradigma umanistico, costringendo tutti – a partire dai milioni di giovani sotto i 25 anni che, dalla Spagna all’Italia agli Stati Uniti, si trovano ora senza lavoro e senza prospettive – a ripensare gli obiettivi di un sistema educativo di qualità e a riconsiderare se quella laurea in lettere moderne vale davvero la pena. Il ritornello di moda oggi è che se solo tutti gli studenti di scuola superiore si iscrivessero a ingegneria la piaga della disoccupazione giovanile sarebbe facilmente risolta. E se proprio non hanno la testa per una laurea scientifica, allora meglio un diploma tecnico-professionale che anni passati su libri di filosofia.

I titoli di studio tecnico-scientifici garantiscono redditi senz’altro più alti a chi li completa con successo. Ma il ritrovato entusiasmo per tutto ciò che non ha a che vedere con le arti, le lettere e le scienze sociali ignora una serie di realtà importanti. Ad esempio che Sheryl Sandberg ha una laurea in economia, che non è esattamente una scienza matematica; che se tutti facessero gli ingegneri, i posti di lavoro e gli stipendi disponibili in questo settore calerebbero precipitosamente; e che se tutti facessero gli informatici, il mondo dovrebbe fare a meno di tante professionalità fondamentali per quanto poco retribuite, come insegnanti e assistenti sociali, su cui convergono coloro che hanno competenze umanistiche.

Ora, un nuovo rapporto dell’American Association of Colleges & Universities (AAC&U) mette in dubbio le ragioni prettamente economiche che sembrerebbero favorire lo studio dell’ingegneria e delle scienze su quello dell’arte e della letteratura. Pare che i detentori di lauree nelle “liberal arts”, con cui negli Stati Uniti si intende il complesso di queste discipline, non se la cavino affatto male una volta entrati nel mondo del lavoro, solo che ci mettono di più a ingranare rispetto ai colleghi che operano in aree tecnico-scientifiche.

“Data la recessione non troviamo irragionevole che studenti e genitori guardino anche al potenziale economico dei diversi titoli di studio – dice Debra Humphreys, co-autrice del rapporto – Abbiamo deciso di analizzare la performance di lungo periodo per liberarci dei pregiudizi sulle discipline umanistiche che nascono dal fatto che si tende a confrontare i diversi settori sulla base dei salari dei neo-laureati”. Se è vero che gli ingegneri guadagnano stipendi più alti da subito, e si mantengono sopra la media per tutta la carriera, i neo-laureati di facoltà umanistiche partono da un livello più basso anche rispetto a chi ha titoli di studio professionali, ad esempio infermieri, nutrizionisti, esperti di pubbliche relazioni e informatici. Ma una volta raggiunto il picco della propria vita lavorativa, tra i 56 e i 60 anni, superano decisamente questi ultimi, garantendosi un tenore di vita assolutamente dignitoso, con entrate medie di oltre 66.000 dollari l’anno.

Una laurea nelle liberal arts, inoltre, non è un ostacolo a carriere di grande successo finanziario, come dimostrato dalle esperienze di persone quali l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney, laureato in letteratura inglese, il fondatore di Cnn Ted Turner, laureato in studi classici, il Ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, laureato in storia, e il suo collega di J.P. Morgan Jamie Dimon, laureato in psicologia ed economia.

Certo, l’obiettivo dell’analisi dell’AAC&U non è di dimostrare l’impossibile, che una laurea in antropologia garantisca in media guadagni migliori di una laurea in informatica. Ma semplicemente di tranquillizzare gli animi di tutti quelli che sono ormai convinti che andare all’università per studiare lettere e arti porti solo a una vita di disoccupazione, povertà e disperazione.

Secondo gli esperti, il successo professionale di chi persegue studi umanistici deriva proprio dal tipo di formazione ricevuta. “Aziende che operano nei settori più disparati dell’economia ci dicono che la capacità di un laureato di comunicare chiaramente, di pensare criticamente e di risolvere problemi complessi è più importante del titolo di studio – dice Humphreys – In un’economia della conoscenza come la nostra, queste competenze trasversali sono necessarie per tutti quei posti di lavoro che richiedono almeno un diploma universitario”.

Con questa consapevolezza, è più facile aiutare i giovani a scegliere un percorso educativo, giacché non tutti possono o vogliono studiare ingegneria. “Dobbiamo domandare ai nostri ragazzi perché desiderano prendere una laurea – dice Sandy Baum, docente presso la Graduate School of education and human development della George Washington University – Una ragione è senz’altro quella di costruirsi un futuro stabile dal punto di vista economico, ma non è la sola, è importante essere coscienti anche dei propri interessi e talenti”.

Lo studio dell’AAC&U è stato criticato perché adotta un livello di generalizzazione eccessivo. “Raggruppare tutte queste diverse discipline e università trascura le variazioni che esistono tra specifici corsi di laurea e istituti”, dice Mark Schneider, ricercatore presso l’American Enterprise Institute, un centro di ricerca conservatore di Washington, e vice presidente dell’American Institutes for research. Come dire, una laurea in storia a Princeton è cosa ben diversa da un diploma universitario in arti visive di un…Prosegue su Il Bo

 

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