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Scuola e università: la tentazione dei numeri

09/01/2014

L’impatto delle nuove tecnologie sul settore dell’istruzione è profondo e ha molteplici implicazioni, di segno tanto positivo che negativo. I Mooc (Massive open online courses) promettono di liberare l’insegnamento dal chiuso delle aule e portarlo gratuitamente in ogni angolo del mondo. I software di nuova generazione permettono ai docenti di impiegare materiale didattico adattivo, che sa trasformarsi in maniera automatica secondo le esigenze di ogni singolo studente. L’avvento del big data e del business analytics, la capacità di processare e analizzare quantità di dati prima impensabili, offre un nuovo importante strumento alle dirigenze scolastiche e universitarie per ripensare i propri budget in maniera più efficiente. Non mancano però i pericoli: l’apprendimento online può privare gli studenti di preziose interazioni con insegnanti e colleghi, l’attenzione ai dati privilegiare gli aspetti più standardizzabili di un percorso educativo e offuscarne invece le tante funzioni meno quantificabili. E può consolidarsi un’ennesima barriera tra i ricchi e i poveri, tra chi può permettersi di andare a una scuola o un’università in carne e ossa e chi invece è costretto a accontentarsi dello schermo del proprio computer.

Meno evidente delle trasformazioni che riguardano direttamente le modalità d’apprendimento, ma di impatto potenzialmente forse anche maggiore sono le innovazioni nella capacità di gestione di enormi quantità di dati che apre possibilità inedite ai responsabili dei processi educativi. Il più recente monito sulla dipendenza da numeri che va diffondendosi nelle scuole e nelle università di tutto il mondo arriva da Viktor Mayer-Schönberger, professore di governance e regolazione di internet presso l’università di Oxford in Inghilterra. In una intervista con il settimanale specializzato Times Higher Education, Mayer-Schönberger avverte che nell’era del big data rischia di accentuarsi la già diffusa tendenza a indirizzare gli studenti delle scuole dell’obbligo verso corsi di studio prescelti per loro sulla base delle abilità dimostrate in batterie di esami standardizzati fin dai primi anni delle elementari (una pratica che in inglese si chiama tracking). “Questi test sono capaci solo di registrare la performance di un alunno in un preciso momento, non sono in grado di catturarne la maturazione nel tempo – ha detto Mayer-Schönberger a Times – Già utilizziamo quel poco di informazioni che abbiamo per predire abilità e esiti futuri. Temo che con il big data questo genere di previsioni spadroneggeranno e che le scuole e le università non si prenderanno più alcun rischio”.

In questo futuro, che Mayer-Schönberger stesso definisce “distopico”, non c’è spazio per errori o per cambiamenti di rotta dell’ultimo minuto da parte degli studenti, che sono da subito bloccati in percorsi accademici e professionali decisi da altri per loro con grande anticipo. Per la verità, Mayer-Schönberger considera questo scenario ancora lontano. “Stiamo facendo appena i primi passi nell’uso del big data nell’istruzione, in particolare se si considerano istituzioni già affermate come le università e i college tradizionali  – spiega il professore di Oxford approfondendo la sua riflessione – l’adozione del big data è spinta soprattutto dai nuovi attori, ad esempio i gestori di Mooc”. Ma il rischio è reale, e particolarmente acuto negli Stati Uniti, dove l’ossessione per i test a crocette è ben documentata: una situazione che Mayer-Schönberger conosce bene, avendo insegnato all’università di Harvard per dieci anni.

Gli specialisti americani, per conto loro, sono almeno in parte scettici riguardo all’argomentazione di Mayer-Schönberger. “Non penso questa sia un’evoluzione plausibile negli Stati Uniti, perché negare opportunità di scelta agli studenti non fa parte della nostra cultura – replica Cynthia G. Brown, vice presidente per l’istruzione al Center for American Progress, un centro di ricerca liberal con sede a Washington – mi pare ci sia molto più tracking in Europa, dove i bambini vengono indirizzati verso un certo corso di studio che poi conduce a una certa professione” (si pensi, in Italia, alla divisione tra licei classici, scientifici e le scuole tecniche e professionali). Naturalmente questo non significa che il sistema educativo americano non abbia problemi suoi. “La qualità dell’educazione offerta ai nostri ragazzi è molto più irregolare e ineguale, per via del fatto che abbiamo distretti scolastici piccoli, gestiti a livello locale e finanziati sempre a livello locale dalle tasse sugli immobili”, dice Brown. In qualche modo, il fatto che le scuole americane siano così suddivise per ceto, e di conseguenza anche su base razziale, fa venir meno la tentazione del tracking, che negli Stati Uniti è stato usato tradizionalmente proprio per separare i poveri dai ricchi e i bianchi dai neri. “Non ne abbiamo bisogno perché avviene già automaticamente”, spiega Brown.

Per Richard Rothstein, che si occupa di istruzione presso l’Economic Policy Institute, un think tank progressista di Washington, il big data sta sì stravolgendo il sistema educativo negli Stati Uniti, ma non…Prosegue su Il Bo

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