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Offensiva di al Qaeda in Iraq, Kerry: «E’ una loro battaglia»

09/01/2014
Il deterioramento della situazione in Iraq, precipitata improvvisamente negli ultimi giorni, sta suscitando reazioni miste a Washington, dove regna la confusione più totale su come confrontare la continua instabilità in Medio Oriente e dove prosegue il dibattito ormai più che decennale, tra democratici e repubblicani, tra rappresentanti del governo ed esperti dei think tank, su che tipo di relazione gli Stati Uniti debbano intrattenere con Baghdad.
L’opinione pubblica, stanca delle disavventure militari del post-11 settembre e travolta dalla crisi economica, è da tempo indifferente ai temi di politica estera. Il Presidente Barack Obama, che sin dalla campagna elettorale del 2008 cerca di districare il Paese dall’Iraq e dall’Afghanistan e di non farsi trascinare in altri conflitti simili, ad esempio la Siria, rimane silenzioso. Al suo posto si è fatto avanti il vice-presidente Joe Biden, che questa settimana ha sentito al telefono sia il primo ministro iracheno, lo sciita Nouri al-Maliki, sia Osama al-Nujaifi, il presidente sunnita del Parlamento. Un tentativo di mantenere le giuste distanze dalle mai risolte tensioni settarie che pervadono l’Iraq. Biden si è subito guadagnato le critiche del Senatore John McCain, una delle voci più importanti sull’Iraq all’interno del Partito Repubblicano. Secondo McCain, il suo intervento diplomatico «è stato completamente inefficacie, perché Maliki non ha fiducia nel vice presidente».
La posizione ufficiale dell’amministrazione Obama si riassume nelle dichiarazioni fatte dal segretario di Stato John Kerry, in visita in questi giorni in Medio Oriente. “Questa è una battaglia che appartiene agli iracheni — ha detto Kerry da Gerusalemme — Non stiamo valutando l’ipotesi di tornare, non vogliamo inviare soldati americani. È la loro lotta, ma li aiuteremo a combatterla”. Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato, ha offerto qualche dettaglio in più. “Continuiamo ad accelerare la consegna di aiuti militari all’Iraq e prevediamo di fornire una spedizione aggiuntiva di missili Hellfire questa primavera”, ha dichiarato Harf in una conferenza stampa il 6 gennaio.
Se non fosse che il Congresso sta mettendo il bastone tra le ruote della Casa Bianca. La Commissione Politica Estera del Senato blocca dall’autunno la vendita di elicotteri Apache all’Iraq, nonostante le suppliche di Baghdad e le pressioni provenienti dall’amministrazione. E questa volta non c’entra l’ostruzionismo repubblicano. È invece il senatore democratico che presiede la commissione, Bob Menendez del New Jersey, a essere responsabile per questa decisione.
“Non si tratta di uno scontro partitico – dice a Pagina99 Douglas Ollivant, che si occupa di sicurezza nazionale per la New America Foundation e che ha servito come Direttore per l’Iraq presso il National Security Council sia sotto Bush che sotto Obama – la divisione è tra chi guarda con sospetto a Maliki, per il trattamento dei sunniti e per la vicinanza all’Iran, e chi è convinto che stia in realtà cercando di difendersi come può dall’influenza di Teheran”.
Intanto dai tanti centri di ricerca di Washington si alza un coro di voci a favore, se non di un vero e proprio intervento militare, almeno di un maggiore coinvolgimento politico, diplomatico e logistico da parte degli Stati Uniti.
James Jeffrey, ambasciatore a Baghdad dal 2010 al 2012 e oggi affiliato al Washington Institute for Near East Policy, ha pubblicato un editoriale nel Washington Post dell’7 gennaio in risposta a Kerry. “In termini di realpolitik, questa è la nostra battaglia – ha scritto Jeffrey – Un’Iraq destabilizzata con una regione occidentale controllata da al Qaeda è ovviamente non negli interessi degli Stati Uniti”. In un’intervista con Fox News, Michael O’Hanlon di Brookings Institution ha dichiarato: “Sarei disposto a vedere partire qualche centinaio di americani, o anche un paio di migliaia di truppe speciali e esperti di intelligence, per aiutare gli iracheni se gli iracheni decidono che vogliono il nostro aiuto”.
Naturalmente, questa rappresenta anche un’occasione ghiotta per ripensare a tutto quello che è andato storto nelle relazioni tra Stati Uniti e Iraq negli ultimi anni. E in particolare all’effetto della cosiddetta “surge”, l’improvviso aumento di truppe americane in Iraq ordinato dall’ex Presidente George W. Bush nel 2007 e che, almeno temporaneamente, quietò la situazione sul campo. Quelli che erano contrari allora, si convincono sempre di più che sia stata uno spreco di vite e soldi americani. Per i sostenitori, il problema è quello che è avvenuto in seguito.

Il deterioramento della situazione in Iraq, precipitata improvvisamente negli ultimi giorni, sta suscitando reazioni miste a Washington, dove regna la confusione più totale su come confrontare la continua instabilità in Medio Oriente e dove prosegue il dibattito ormai più che decennale, tra democratici e repubblicani, tra rappresentanti del governo ed esperti dei think tank, su che tipo di relazione gli Stati Uniti debbano intrattenere con Baghdad.
L’opinione pubblica, stanca delle disavventure militari del post-11 settembre e travolta dalla crisi economica, è da tempo indifferente ai temi di politica estera. Il Presidente Barack Obama, che sin dalla campagna elettorale del 2008 cerca di districare il Paese dall’Iraq e dall’Afghanistan e di non farsi trascinare in altri conflitti simili, ad esempio la Siria, rimane silenzioso. Al suo posto si è fatto avanti il vice-presidente Joe Biden, che questa settimana ha sentito al telefono sia il primo ministro iracheno, lo sciita Nouri al-Maliki, sia Osama al-Nujaifi, il presidente sunnita del Parlamento. Un tentativo di mantenere le giuste distanze dalle mai risolte tensioni settarie che pervadono l’Iraq. Biden si è subito guadagnato le critiche del Senatore John McCain, una delle voci più importanti sull’Iraq all’interno del Partito Repubblicano. Secondo McCain, il suo intervento diplomatico «è stato completamente inefficacie, perché Maliki non ha fiducia nel vice presidente».
La posizione ufficiale dell’amministrazione Obama si riassume nelle dichiarazioni fatte dal segretario di Stato John Kerry, in visita in questi giorni in Medio Oriente. “Questa è una battaglia che appartiene agli iracheni — ha detto Kerry da Gerusalemme — Non stiamo valutando l’ipotesi di tornare, non vogliamo inviare soldati americani. È la loro lotta, ma li aiuteremo a combatterla”. Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato, ha offerto qualche dettaglio in più. “Continuiamo ad accelerare la consegna di aiuti militari all’Iraq e prevediamo di fornire una spedizione aggiuntiva di missili Hellfire questa primavera”, ha dichiarato Harf in una conferenza stampa il 6 gennaio.
Se non fosse che il Congresso sta mettendo il bastone tra le ruote della Casa Bianca. La Commissione Politica Estera del Senato blocca dall’autunno la vendita di elicotteri Apache all’Iraq, nonostante le suppliche di Baghdad e le pressioni provenienti dall’amministrazione. E questa volta non c’entra l’ostruzionismo repubblicano. È invece il senatore democratico che presiede la commissione, Bob Menendez del New Jersey, a essere responsabile per questa decisione.
“Non si tratta di uno scontro partitico – dice a Pagina99 Douglas Ollivant, che si occupa di sicurezza nazionale per la New America Foundation e che ha servito come Direttore per l’Iraq presso il National Security Council sia sotto Bush che sotto Obama – la divisione è tra chi guarda con sospetto a Maliki, per il trattamento dei sunniti e per la vicinanza all’Iran, e chi è convinto che stia in realtà cercando di difendersi come può dall’influenza di Teheran”.
Intanto dai tanti centri di ricerca di Washington si alza un coro di voci a favore, se non di un vero e proprio intervento militare, almeno di un maggiore coinvolgimento politico, diplomatico e logistico da parte degli Stati Uniti.
James Jeffrey, ambasciatore a Baghdad dal 2010 al 2012 e oggi affiliato al Washington Institute for Near East Policy, ha pubblicato un editoriale nel Washington Post dell’7 gennaio in risposta a Kerry. “In termini di realpolitik, questa è la nostra battaglia – ha scritto Jeffrey – Un’Iraq destabilizzata con una regione occidentale controllata da al Qaeda è ovviamente non negli interessi degli Stati Uniti”. In un’intervista con Fox News, Michael O’Hanlon di Brookings Institution ha dichiarato: “Sarei disposto a vedere partire qualche centinaio di americani, o anche un paio di migliaia di truppe speciali e esperti di intelligence, per aiutare gli iracheni se gli iracheni decidono che vogliono il nostro aiuto”.

Naturalmente, questa rappresenta anche un’occasione ghiotta per ripensare a tutto quello che è andato storto nelle relazioni tra Stati Uniti e Iraq negli ultimi anni. E in particolare all’effetto della cosiddetta “surge”, l’improvviso aumento di truppe americane in Iraq ordinato dall’ex Presidente George W. Bush nel 2007 e che, almeno temporaneamente, quietò la situazione sul campo. Quelli che erano contrari allora, si convincono sempre di più che sia stata uno spreco di vite e soldi americani. Per i sostenitori, il problema è quello che è avvenuto in seguito. “Nessuno pensava che la surge fosse una panacea, ma piuttosto…Prosegue su Pagina99

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