Skip to content

Il mondo globalizzato ha bisogno di umanisti

19/12/2013

Negli Stati Uniti della lenta e macchinosa ripresa economica, il tasso di disoccupazione tra i cittadini sotto i 25 anni di età rimane, come per altro in Europa, pericolosamente elevato. Si tratta di situazioni spesso drammatiche a livello individuale e di un problema che, a livello politico e sociale, solleva una serie di questioni sulla qualità dell’istruzione ricevuta da questi giovani e sul gap tra le competenze acquisite a scuola e all’università e le esigenze del più competitivo e globalizzato mondo del lavoro di oggi. Di recente, il favore sia della classe politica, sia degli educatori, sia dei genitori si è spostato sempre più verso le discipline scientifiche e tecniche, che, almeno in apparenza, forniscono una preparazione più richiesta dal mercato attuale. A fronte di questo consenso utilitaristico e di una cultura economica mondiale sempre più orientata al profitto immediato, in America esiste però almeno una voce fuori dal coro.

“Gli studi umanistici ci danno la possibilità di leggere attraverso lingue e culture diverse, in modo da comprendere la grande diversità di prospettive che esiste nel mondo – ha dichiarato Judith Butler la primavera scorsa durante un discorso tenuto alla McGill University a Montreal, in Canada – Come possiamo pensare di vivere assieme altrimenti, senza questa capacità di vedere oltre al qui e l’ora, di sentirci legati ad altri che non abbiamo mai conosciuto personalmente e di capire che condividiamo questo mondo in maniera simultaneamente durevole e pressante?”

Butler è professoressa presso il dipartimento di retorica e letteratura comparata della University of California a Berkeley, ricopre la cattedra intitolata a Hannah Arendt presso la European Graduate School in Svizzera ed è considerata una delle figure più importanti nel settore degli studi di genere. A maggio ha ricevuto la laurea honoris causa dalla McGill e ha approfittato dell’occasione per parlare dell’importanza della letteratura, della filosofia e della retorica anche, anzi soprattutto, nel contesto storico e economico odierno.

Sollecitata, Butler è tornata su questi temi manifestando la sua preoccupazione perché sempre di più “le discipline umanistiche sono viste come qualcosa che avviene all’interno delle istituzioni accademiche ma completamente rimosse dalla vita pubblica”. La filosofa americana sostiene che è quindi fondamentale imparare a comunicare anche all’esterno in che modo i contenuti appresi e discussi nelle aule universitarie abbiano implicazioni importanti sulla politica e sulla società.

“Penso che il contributo principale degli studi umanistici sia l’esercizio del giudizio critico, la capacità di leggere e interpretare testi di ogni genere, dalla televisione ai giornali ai nuovi media ai manuali agli scritti legali”, dice Butler. Queste sono competenze assolutamente cruciali per una cittadinanza informata, senza le quali si perde la capacità di comprendere il mondo e di immaginare come poterlo migliorare. E, aggiunge, non c’è luogo migliore per acquisire giudizio critico che un corso di letteratura, dove ai giovani viene insegnato a interrogare un testo, a inserirlo in prospettiva storica, a confrontarlo con altri di natura opposta per stabilirne l’accuratezza e la validità.

La seconda preoccupazione di Butler rispetto al ruolo delle discipline umanistiche nel mondo di oggi sta nel fatto che un certo gruppo di valori che lei chiama “neoliberisti”, come il profitto, l’efficienza, la conformità, sono ormai ben articolati e onnipresenti, e di conseguenza generalmente accettati come veri. “Ma noi dobbiamo essere in grado di riflettere su quale sia il valore di questi valori – dice Butler – Al momento non c’è spazio per starsene al di fuori di questa metrica neoliberista e chiedersi quali altri valori stiamo perdendo, quali andrebbero rianimati o creati a nuovo, al fine di contribuire a un mondo democratico in cui i nostri sensi sono vigili e in cui possiamo ancora porci la domanda di quale sia la vita buona, la vita giusta”.

Al contrario di quanto si dice solitamente, l’esperienza di insegnamento di Butler le fa pensare che i ragazzi della “generazione Y” siano quanto mai in sintonia con questo modo di pensare. “15, 20 anni fa, molti miei studenti erano interessati solo ai soldi, oggi invece vedo meno egocentrismo – dice la filosofa – I giovani che si laureano ora guardano al mercato del lavoro per quello che è e cercano di costruirsi vite professionali che abbiano un significato più profondo del denaro, ad esempio lavorando per organizzazioni no-profit o facendo gli insegnanti nelle scuole pubbliche”. Poco importa che queste siano scelte di lungo periodo, da cui possano scaturire vere e proprie carriere, o semplicemente esperienze temporanee in attesa che l’economia torni a crescere. Quello che importa, dice Butler, è…prosegue su Il Bo

 

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...