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Italia e Stati Uniti: governi superflui?

02/10/2013

A Roma come a Washington ci si prepara in queste ore a raccogliere i cocci di sistemi democratici che scricchiolano pericolosamente sotto il peso di enormi cambiamenti economici, demografici e sociali – dall’aumento della disuguaglianza a quello dell’aspettativa di vita, dai grandi flussi migratori alle innovazioni tecnologiche. E sia in Italia sia negli Stati Uniti, l’ormai perenne paralisi politica rischia di avere conseguenze devastanti per la cittadinanza. Purtroppo, in entrambi i paesi, la deriva populista di parte della classe politica e leggi elettorali palesemente inadeguate bloccano qualsiasi via d’uscita, prolungando penosamente l’attuale fase di stasi.

In Italia, la convergenza della prolungata crisi economica, della divisione dell’elettorato in tre orientamenti fra loro inconciliabili e dei guai legali di Silvio Berlusconi sta portando rapidamente verso l’ennesima crisi di governo. Allo stesso tempo in America la sovrapposizione di diverse scadenze fiscali, del lancio della riforma sanitaria e dell’approssimarsi delle elezioni per il rinnovo del Congresso l’anno prossimo ha provocato addirittura lo Shutdown, ovvero la chiusura dei servizi “non essenziali” del governo federale.

In tutti e due casi, il prezzo pagato per questa impasse politica sarà enorme. Nel nostro paese, rischia di svanire la possibilità di varare una legge finanziaria che vada oltre la semplice contabilità e contenga invece le misure necessarie a rilanciare l’economia. Negli Stati Uniti, il mancato accordo tra repubblicani e democratici sul bilancio per l’anno fiscale 2014 (che comincia il primo ottobre) significa che circa 800.000 dipendenti pubblici considerati “non essenziali” cominceranno ora un congedo forzato e non pagato dalla durata indefinita. Chiudono i parchi e i monumenti nazionali, un duro colpo per il turismo. E serrano le porte i tribunali civili e la ricerca medica del National Institute of Health. Si interrompe infine l’erogazione di una lunga serie di servizi offerti dal governo federale, dal rilascio di passaporti all’approvazione di mutui-casa sovvenzionati. Per non parlare dell’effetto sui mercati della totale perdita di credibilità del sistema politico americano. Il tutto al modico costo di dieci miliardi di dollari a settimana secondo stime della Casa Bianca.

E questo è solo l’inizio. A metà mese, il Congresso deve decidere se autorizzare l’ennesimo innalzamento del tetto di indebitamento, l’ammontare complessivo che il governo ha l’autorità di prendere in prestito per finanziarie le proprie operazioni. Se la maggioranza repubblicana dovesse decidere di continuare con il proprio ostruzionismo, rifiutandosi di votare a favore di tale autorizzazione, le conseguenze sarebbero gravissime. Gli Stati Uniti si vedrebbero costretti a interrompere il pagamento delle pensioni e diventerebbero insolventi sui propri debiti. Una vera e propria calamità non solo per l’economia americana ma anche per quella mondiale.

Oltre alla minaccia imminente di un nuovo collasso finanziario, l’aspetto più preoccupante di questa vicenda è che, in un’atmosfera di crisi permanente, passa in secondo piano qualsiasi discussione seria delle ragioni profonde della recessione e sulle possibili soluzioni. In America, quindi, si ignora il dibattito sulla riforma dell’immigrazione, sulla sostenibilità di lungo periodo delle pensioni e della sanità pubblica, sull’ambiente e sul riscaldamento globale, sul finanziamento delle campagne elettorali e sulla sempre maggiore influenza esercitata da gruppi di interesse e imprenditori multi-miliardari.

In teoria, il principio dell’alternanza democratica dovrebbe permettere a un governo o un parlamento inefficace di essere sostituito da un altro più capace. Ma a bloccare il cambiamento ci pensano oggi sistemi elettorali talmente ingarbugliati da causare solo immobilismo. Se in Italia c’è il “porcellum”, negli Stati Uniti si soffrono le conseguenze del cosiddetto redistricting.

Ogni dieci anni, in coincidenza con il censimento, sono infatti ridisegnati i distretti elettorali per l’assegnazione dei seggi alla Camera dei deputati di Washington. L’ultima tornata è avvenuta nel 2010, dopo il trionfo repubblicano nelle elezioni di medio termine di quell’anno. Forti di ampie maggioranze nelle assemblee statali di tutto il Paese, i rappresentanti del Gop hanno potuto creare dal nulla distretti che non seguono nessuna logica geografica, ma che, massimizzando il numero di elettori di destra che vi risiedono, hanno semplicemente l’intento di garantire la rielezione degli colleghi di partito. Tant’è che nel novembre 2012, seppur i candidati democratici alla Camera abbiano ricevuto più preferenze a livello nazionale, sono stati i repubblicani a conquistare la maggioranza dei seggi. Assieme alle primarie di partito, in cui tendono a emergere i politici più ideologici, il redistricting non aiuta certo a promuovere leader disponibili al compromesso.

Ed è così che questa settimana un manipolo di onorevoli del Gop, fedeli al credo oltranzista del Tea Party e sicuri nei propri seggi blindati, si è potuto permettere di…Prosegue su Il Bo

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