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Fracking: il prezzo ambientale dell’energia “a basso costo”

11/06/2013

Il sogno americano dell’indipendenza energetica, formulato inizialmente dopo la crisi del 1973 – quando i paesi membri dell’Opec bloccarono temporaneamente le esportazioni di petrolio verso l’occidente – e parso a lungo irraggiungibile, sembra oggi improvvisamente a portata di mano.

Un rapporto pubblicato a febbraio da Citigroup predice che l’attuale boom della produzione di energia negli Stati Uniti, sommato alla graduale riduzione dei consumi da parte degli americani, permetterà al Paese di svincolarsi dalle importazioni di greggio e gas naturale entro il 2020, a eccezione di quelle provenienti dai vicini canadesi.

A mettere le ali all’industria energetica a stelle e strisce è stato, in particolare, il fracking (“hydraulic fracturing” o, in italiano, “fratturazione idraulica”), una nuova tecnica estrattiva che, grazie alla pressione generata da potenti getti di acqua e prodotti chimici, riesce a liberare un certo tipo di petrolio e gas da formazioni di rocce sedimentarie che si trovano anche molto in profondità. Proprio in riferimento alle rocce madri nelle quali sono imprigionati, scisti e argille bituminose, questi idrocarburi sono indicati dal prefisso shale, scisti o argille appunto: shale oil e shale gas.

Oltre a simboleggiare la promessa dell’indipendenza energetica però, e di migliaia di nuovi posti di lavoro, il fracking rappresenta una complessa minaccia all’ambiente. A partire dall’acqua.

Questa tecnica estrattiva ne usa infatti quantità notevoli, anche in aree dove è da sempre una risorsa scarsa. Un rapporto pubblicato quest’anno dal Western Organization of Resource Councils (Worc), un gruppo di attivisti che opera negli Stati Uniti nord-occidentali, stima che il fracking deruba quattro stati –  North Dakota, Wyoming, Montana e Colorado – di 7.000 miliardi di galloni di acqua ogni anno (oltre 26.000 miliardi di litri). Un secondo studio, dell’organizzazione ambientalista Ceres, calcola inoltre che il 47% di pozzi ricavati con il fracking si trova in zone, ad esempio in Texas e Colorado, in cui le falde acquifere sono già a rischio esaurimento.

Un secondo pericolo è quello della contaminazione. Nel momento in cui, grazie alle trivellazioni da fracking, comincia l’estrazione del petrolio e del gas, risale in superficie con essi anche acqua inquinata di sostanze chimiche (a volte radioattive) che si trovano naturalmente nel sottosuolo, o sono state addizionate all’acqua per l’estrazione. Quest’acqua di scarto non viene nella maggioranza dei casi né riciclata né bonificata, ma è invece gettata in pozzi-discarica o finisce nei fiumi, mettendo in pericolo le fonti cui si approvvigionano i residenti delle zone coinvolte. E la contaminazione avviene non solo in superficie ma anche in profondità, laddove i pozzi sono scavati troppo vicini alle falde acquifere, che vengono quindi avvelenate dalle perdite di sostanze chimiche e soprattutto di metano causate del fracking. Dalla Pennsylvania al North Dakota non si contano ormai più le storie di acqua di rubinetto che esplode al contatto con un fiammifero.

Il fatto poi che il fracking provoca perdite di metano, un gas naturale più inquinante dello stesso petrolio come causa dell’effetto-serra, ne fa un pericolo anche per l’aria. Per fortuna, su questi fronti la pressione dell’opinione pubblica e del movimento ambientalista ha già avuto qualche effetto positivo, avendo portato negli anni all’adozione da parte delle autorità locali e statali di regole e sistemi di controllo sull’industria energetica sempre più sofisticati. Il parlamento dell’Illinois ha appena approvato una legge, redatta con l’aiuto di una strana coalizione di lobbisti e ambientalisti, che permette il fracking, ma impone su questa tecnica invasiva le norme più stringenti di tutto il Paese, ad esempio rendendo le aziende legalmente responsabili per ogni eventuale inquinamento dell’acqua. In Texas, intanto, le compagnie che si occupano di estrazione di petrolio e gas stanno sperimentando una versione del fracking a secco.

L’Epa (Environmental protection agency, l’agenzia ambientale del governo americano) attesta progressi in questo campo: un rapporto pubblicato questa primavera sostiene che i controlli più rigidi imposti sull’industria estrattiva del gas (non solo ma anche sul fracking) hanno contribuito a ridurre le emissioni di metano di una media di 41,6 milioni di tonnellate metriche all’anno tra il 1990 e il 2010. Una stima questa del 20% più ottimistica che in passato. E nonostante la produzione dal 1990 sia aumentata di quasi il 40%.

Se l’impatto diretto del fracking può essere parzialmente mitigato con normative e controlli adeguati, rimane un’altra incognita più insidiosa. Il fracking infatti permette di raggiungere riserve di petrolio e gas naturale una volta inaccessibili, che vanno quindi ad aggiungersi a tutte quelle già sfruttate in Nord America, ma anche in Medio Oriente, Sud America e Asia Centrale, così come alle miniere di carbone della West Virginia, della Germania e della Cina.

Questo significa innanzitutto che…

Prosegue su Il Bo dell’Università di Padova

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