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Afghanistan, il rebus del ritiro Usa

15/05/2013

Da Kabul

Il presidente afghano Hamid Karzai torna in questi giorni a far parlare di sé negli Stati Uniti con l’ennesima dichiarazione a sorpresa.

9 maggio 2013, Kabul. Il presidente afghano Hamid Karzai nel suo discorso per l’80esimo anniversario dell’Università di Kabul. (Massoud Hossaini/Afp/Getty Images)

LA MOSSA A SORPRESA DI KARZAI. In occasione della cerimonia per l’ottantesimo anniversario della fondazione dell’Università di Kabul la settimana scorsa, Karzai ha affermato che gli Stati Uniti gli avrebbero chiesto di mantenere nove basi militari in Afghanistan anche dopo il ritiro delle truppe internazionali. Richiesta che il presidente afghano si è detto pronto a soddisfare a patto che Washington continui a impegnarsi nell’addestramento dell’esercito nazionale, nella costruzione di infrastrutture e grandi opere pubbliche e a favore dello sviluppo economico del Paese.
L’uscita di Karzai è solo l’ultima mossa in ordine di tempo nella partita a scacchi che si sta giocando ora tra il governo americano e quello afghano. In palio c’è il futuro delle loro relazioni bilaterali oltre che la stabilità politica e economica dell’Afghanistan.
I NEGOZIATI PER IL DOPO-ISAF. Con l’approssimarsi della scadenza di fine 2014 — quando la missione dell’International Security Assistance Force (ISAF) lanciata nel 2003, guidata dalla NATO e composta soprattutto di truppe americane, volgerà al termine — si stanno facendo più intense le pressioni affinché Kabul e Washington si accordino su come gestire la presenza internazionale in Afghanistan dal 2015 in avanti.
Sono dunque in corso i negoziati sul cosiddetto «Bilateral Strategic Agreement» — o accordo strategico bilaterale — che dovrà determinare il numero, la posizione e le responsabilità del contingente di truppe statunitensi in Afghanistan nel dopo-ISAF e sulla cui base anche gli alleati europei della NATO decideranno come e quanto contribuire.

Le bandiere dei paesi membri del contingente Isaf nella base di Bagram, 50 km a nord di Kabul. (Shah Marai/Afp/Getty Images)

LA SMENTITA DELLA CASA BIANCA. A vista d’occhio però le due parti in causa sono ancora lontane da un compromesso che sia soddisfacente per tutti.
L’annuncio di Karzai sulle nove basi che gli americani desidererebbero tenere — a Kabul, Bagram, Mazar, Jalalabad, Gardez, Kandahar, Helmand, Shindand e Herat — è stato interpretato a Washington sì come un passo avanti rispetto a dichiarazioni passate del presidente afghano, che è arrivato a accusare il governo a stelle e strisce di complottare con i talebani per destabilizzare il Paese. Ma per il resto è stato ricevuto molto freddamente, con i funzionari dell’Amministrazione Obama che sono subito corsi ai ripari, spiegando ai media di non aver mai parlato di nove basi con Karzai e, soprattutto, di non volerle nemmeno.
LE RICHIESTE DI WASHINGTON. Nonostante non sia ancora stato ufficializzato il numero di truppe che gli americani vorrebbero lasciare in Afghanistan dopo il 2014, si è, però, sempre parlato di circa diecimila unità, che Washington desidera vedere alloggiate in basi afghane. Stati Uniti e NATO non hanno infatti in programma di lasciare intatte le mega infrastrutture costruite in questi dieci anni di ISAF, ritenute troppo onerose perché gli afghani possano mantenerle con i propri fondi limitati.
Piuttosto, gli Stati Uniti insistono che a qualsiasi contingente a stelle e strisce che continuerà a operare nel Paese anche dopo il 2015 Kabul conceda l’immunità dalle leggi locali, istanza che per ora pare essere poco gradita al governo Karzai.
UN ACCORDO ANCORA LONTANO. La strada verso un accordo finale è quindi ancora lunga e tortuosa, anche se si rumoreggia che un annuncio potrebbe arrivare già quest’estate. Va però ricordato che le speranze degli americani furono deluse in Iraq nel 2011. Washington aveva dato per scontato un simile accordo bilaterale ma il governo di Baghdad decise invece di liberarsi di tutto il contingente straniero, in particolare proprio perché riteneva inaccettabile la richiesta americana di immunità per le proprie truppe.

Soldati americani all’ingresso della base militare nei pressi del villaggio di Alkozai. (Jangir/Getty Images)

7 MLD, IL COSTO DEL RIMPATRIO USA.Procede intanto il lento ritiro delle forze a stelle e strisce (e NATO), che si calcola potrebbe venire a costare al governo americano fino a sette miliardi di dollari. Gli Stati Uniti devono rimpatriare circa 66 mila soldati e 22 mila container pieni di elicotteri, veicoli blindati e carri armati, da un Paese che non ha accesso al mare e è circondato da vicini litigiosi e difficili. Pare che il 60% delle merci transiterà via Pakistan, per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti al porto di Karachi. Il resto avanzerà invece attraverso una serie di ex repubbliche sovietiche fino a arrivare sul Mar Baltico. Un affare quindi assai più complicato dal punto di vista logistico di quanto non sia stato il ritiro dall’Iraq, per cui gli Stati Uniti avevano usato il Kuwait come tappa intermedia.

Prosegue su LetteraPolitica

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