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Kabul, servizi sanitari a rischio

14/05/2013

da Kabul

Hassan e Mahmadullah, vittime dell'esplosione accidentale di un proiettile, e Mukhlis, ferito da proiettili vaganti.
(© Valentina Pasquali) Hassan e Mahmadullah, vittime dell’esplosione accidentale di un proiettile, e Mukhlis, ferito da proiettili vaganti.

Siedono in carrozzella, con le gambe ingessate e le braccia fasciate, lo sguardo perso nel vuoto e il volto cupo. Mahmadullah e Hassan sono fratelli, hanno 22 e 15 anni e arrivano dalla provincia di Ghazni, circa 200 chilometri a Sud di Kabul in direzione Kandahar.
TRANQUILLITÀ BLINDATA. Le loro storie si incrociano nel giardino assolato del Centro chirurgico per vittime di guerra gestito da Emergency, un’oasi di tranquillità blindata nel centro della capitale afgana.
I primi di maggio Mahmadullah e Hassan stavano rientrando a casa dalla fabbrica di mattoni in cui lavoravano, accompagnati dal fratellino di 13 anni, quando si sono fermati sul bordo della strada, attirati da un oggetto oblungo e scintillante.
L’hanno raccolto per giocarci e, dopo esserselo tirati l’un l’altro per qualche minuto, se ne sono liberati gettandolo per terra. È a questo punto, racconta a Lettera43.it il più grande dei due, che l’oggetto, un proiettile da artiglieria inesploso lungo circa quanto un avambraccio, è detonato in una pioggia di frammenti letali.
BAMBINI COLPITI DALLE MINE. Il più piccolo dei fratelli è morto sul colpo. Mahmadullah e Hassan, invece, si sono salvati. Feriti gravemente agli arti e all’addome sono stati trasportati all’ospedale pubblico provinciale. Ma qui nessuno sapeva come curarli o con che mezzi. Così, come ormai tradizione in tutta l’Afghanistan, sono stati trasferiti al centro di Emergency di Kabul.
«Ne abbiamo visti tanti di incidenti di questo genere, soprattutto a causa delle mine. C’è stato un momento in cui il programma di sminamento sembrava avere un certo successo e il numero di bambini colpiti era diminuito» racconta a Lettera43.it Akbar Jan, il coordinatore nazionale di Emergency. «Nell’ultimo periodo, però, le vittime sono tornate ad aumentare».

Dal 1999, Emergency ha curato oltre 3 milioni e mezzo di persone

L'ingresso principale del Centro chirurgico per vittime di guerra gestito da Emergency a Kabul(© Valentina Pasquali) L’ingresso principale del Centro chirurgico per vittime di guerra gestito da Emergency a Kabul

Per trovarle, basta volgere lo sguardo. C’è il 13enne Mukhlis, anche lui un paziente di Emergency a Kabul. Il 6 maggio, mentre giocava in cortile durante l’intervallo, è stato ferito ripetutamente da proiettili vaganti: quelli di uno scontro tra le truppe governative e i ribelli, scoppiato improvvisamente nei pressi della sua scuola nella provincia di Wardack, a Est di Kabul.
Dal 1999, anno in cui la Ong è arrivata in Afghanistan, Emergency ha curato oltre 3 milioni e mezzo di persone nei tre ospedali e 40 cliniche che gestisce in tutto il Paese, offrendo una qualità e una varietà di servizi impareggiabile rispetto agli standard locali.
NESSUN ACCESSO ALLA SANITÀ. Le strutture, nate per trattare le vittime di guerra, con il tempo si sono adattate alle necessità di una popolazione sostanzialmente senza accesso alla sanità (anche se, almeno sulla carta, l’Afghanistan ha un servizio sanitario pubblico e gratuito).
Nel 2003 Emergency ha aperto anche un centro maternità a Anabah, nella regione montuosa del Panjshir, per far fronte a una emergenza di mortalità infantile – con 134 bambini su 1.000 che muoiono dopo il parto – e materna, pari a 200 volte quello dei Paesi sviluppati.
Anche l’ospedale di Kabul, collocato in un asilo nido costruito a suo tempo dai sovietici, dopo l’arrivo della missione internazionale dell’Isaf, International security assistance force, nel 2003 aveva cominciato ad accettare altri pazienti oltre alle vittime di guerra. Arrivavano, per esempio i feriti negli incidenti stradali: un segno che la violenza si era parzialmente placata, almeno per qualche tempo.
VITTIME DI GUERRA IN AUMENTO. «Nel luglio 2010 abbiamo però dovuto di nuovo restringere i criteri di ammissione alle sole vittime di guerra, perché il loro numero ha ripreso ad aumentare. Nel 2012, per dire, abbiamo avuto il record di ammissioni», racconta a Lettera43.itEmanuele Nannini, il responsabile italiano di Emergency in Afghanistan. «In questo senso sembra di nuovo di essere in un Paese coinvolto in un conflitto generalizzato».

Il rischio che la cooperazione internazionale abbandoni il Paese

Un infermiere dell'ospedale di Emergency, a Kabul, assiste un paziente nel reparto di terapia intensiva, l'unico gratuito in tutto il Paese.(© Valentina Pasquali) Un infermiere dell’ospedale di Emergency, a Kabul, assiste un paziente nel reparto di terapia intensiva, l’unico gratuito in tutto il Paese.

La situazione, però, potrebbe peggiorare. Nel 2014, infatti, è prevista la partenza delle truppe internazionali, dopo 13 anni di presenza. La missione Nato che dovrebbe sostituire i soldati ancora non è stata definita, né in termini di aiuti economici né di sostegno logistico e militare. E la paura si sparge in tutto il Paese.
LA SINDROME DI SAIGON. Fiaccati da decenni di invasioni, combattimenti e povertà, gli afgani si chiedono che cosa potrà capitare una volta che l’Isaf avrà sgombrato il campo, e l’esercito e la polizia nazionale rimarranno soli a combattere l’insorgenza.
La ‘sindrome di Saigon’ già aleggia nell’aria: il riferimento è al frettoloso abbandono del Vietnam da parte degli americani, nel 1975. Allora, assieme ai militari stranieri che scappavano aggrappati agli elicotteri presero il volo anche i civili e gli aiuti internazionali, privando la popolazione di servizi critici, a partire proprio dalla sanità.
Un rischio che l’Afghanistan non può correre: senza la cooperazione internazionale, qui ora non ci sarebbe quasi assistenza. Emergency, che è arrivata nel Paese quando al potere c’erano ancora i talebani, ha già fatto sapere alla popolazione che intende restare.

Prosegue su Lettera43

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