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Capitali in fuga da Kabul

10/05/2013

Da Kabul

Come avrebbe dovuto essere il Grand Marriott Hotel di Kabul.

Dopo aver tentato per anni — seppure a singhiozzi — di costruire un hotel a cinque stelle nel centro di Kabul, la divisione internazionale della catena alberghiera Marriott ha annunciato questa settimana di voler staccare la spina a tale progetto, che rimane oggi incompleto. Alex Kyriadikis, il responsabile per l’Africa e il Medio Oriente di questo colosso mondiale dell’ospitalità, ha dichiarato al Times of London di non ritenere più sufficienti le condizioni di sicurezza nella capitale afghana.
TIMORI PER IL FUTURO DELLA SICUREZZA. Si tratta naturalmente di un presagio infausto per il futuro del Paese, in previsione di quella transizione militare che, entro la fine del 2014, vedrà la partenza della gran parte del contingente di truppe internazionali che è stazionato in Afghanistan da oltre un decennio e che ha raggiunto un picco di 140 mila unità nel 2011. Assieme ai soldati dell’ISAF – l’International Security Assistance Force– è probabile che faranno le valigie anche tanti di quei rappresentanti della cooperazione internazionale che hanno invaso Kabul e altre aree del Paese a partire dal 2001 e che temono però una forte ripresa della violenza (se non addirittura una vera e propria guerra civile) una volta che i talibani si troveranno di fronte solo le forze di sicurezza locali.
Prenderà dunque il volo per migliori lidi un’economia di aiuti internazionali che, secondo dati della Banca Mondiale, ha toccato quota 15,7 miliardi di dollari nell’anno fiscale americano del 2010-2011, pressoché l’equivalente dell’intero Pil afghano per il 2011.

«Entro il 2014, la partenza di gran parte del contingente militare internazionale».

FUGA DEGLI INVESTITORI INTERNAZIONALI. Non sorprende che, spaventati dal possibile deterioramento della situazione politica locale e dalla repentina scomparsa del grosso giro d’affari garantito dalla presenza straniera, fuggano anche i grandi investitori internazionali come Marriott, che di fini umanitari non ne hanno e sono qui intrinsecamente alla ricerca del profitto.
A meno di impreviste buone notizie, rischia quindi di rimanere in Afghanistan solo un’economia di sussistenza che non produce quasi niente, nemmeno — mi è stato raccontato — la miscela di acqua sterilizzata e sale che va nelle flebo e che, come quasi tutto il resto, viene importata dal Pakistan.
DEBOLEZZA DELL’ECONOMIA LOCALE. Negli ultimi dodici anni, c’è stata sì l’esplosione del settore della telefonia mobile, che oggi può contare su una base di circa 18 milioni di utenti e ha portato — almeno a Kabul — decine di compagnie in competizione l’una con l’altra e persino il collegamento 3G. Ma a parte questo, il decennio di occupazione straniera ha visto lo sviluppo di appena una manciata di industrie — un po’ di assicurazioni, un po’ di servizi sanitari privati e i trasporti — oltre naturalmente a quelle che dipendono dagli aiuti internazionali.
DISOCCUPAZIONE AL 48%. Secondo il Ministero dell’Economia, circa mezzo milione degli afghani che ogni anno entrano a far parte del mercato del lavoro non trova un’occupazione. Secondo le stime più recenti, il 48% di persone in questo Paese è completamente disoccupato o trova solo lavori stagionali e temporanei. «Siamo grati per gli aiuti internazionali della comunità internazionale degli ultimi 11 anni», ha dichiarato in una conferenza stampa il Ministro Abdul Hadi Arghandiwal. «Avremmo però gradito che i soldi fossero investiti sulla base delle nostre necessità nazionali. Molti dei progetti erano concepiti a breve termine, da completare in fretta e per soddisfare gli interessi dei Paesi donatori».

Prosegue su LetteraPolitica

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