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Usa, cresce la valanga anti-abortista

04/04/2013

Da Washington

Mentre il movimento per i diritti dei gay fa passi da giganti con l’opinione pubblica americana e spera ora in un verdetto favorevole della Corte Suprema sulla questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, i propugnatori del diritto delle donne all’interruzione di gravidanza — stabilito quarant’anni fa proprio da una sentenza dei nove giudici massimi degli Stati Uniti – hanno negli anni perso terreno e si trovano oggi alle strette.

25 gennaio 2013, Washington. Manifestazione anti-abortista davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti in occasione del 40° anniversario della legalizzazione dell’aborto. (Brendan Hoffman/Getty Images)

NUOVE RESTRIZIONI PER L’ABORTO.Proprio in questi giorni le assemblee statali dell’Arkansas e del North Dakota hanno approvato due delle leggi più restrittive in materia di aborto di tutta l’Unione. In Arkansas, il ricorso all’aborto è stato vietato dalla dodicesima settimana di gravidanza in avanti (il divieto entrerà ufficialmente in vigore nei prossimi mesi), mentre in North Dakota addirittura dalla sesta settimana. La legge del North Dakota, inoltre – che scatterà il primo agosto – è la prima del Paese a proibire l’interruzione di gravidanza in seguito alla scoperta di difetti genetici del feto, come ad esempio la sindrome di Down.
UN TREND GUIDATO DAL GOP. In generale negli ultimi anni, grazie al fatto che il Grand old party (Gop) ha preso il controllo di molti parlamenti statali — e anche con l’aiuto di Americans United for Life, un gruppo che redige legislazioni anti-aborto pre-fabbricate, pronte per essere adottate ovunque, — altri dieci stati a maggioranza conservatrice hanno proibito questa procedura medica dopo la ventesima settimana di gravidanza.

La prima pagina del New York Times del 23 gennaio 1973 con il titolo: «High Court Rules Abortions Lega the First 3 Months».

UN ASSALTO ALLA LEGALIZZAZIONE DEL 1973. Tale ondata di leggi è vista da molti come un vero e proprio assalto alla sentenza della Corte Suprema nel caso Roe v. Wade del 1973, che per l’appunto legalizzò l’aborto in tutti gli Stati Uniti. Allora la Corte determinò che, nel contesto del diritto alla privacy, una donna può decidere se terminare o meno una gravidanza fino al momento in cui il feto diventa «autosufficiente» dalla madre, ovvero «almeno in teoria capace di sopravvivere fuori dall’utero, anche se con l’aiuto di attrezzature mediche». La Corte stabilì inoltre che tale livello di autosufficienza si raggiunge normalmente «dopo circa sette mesi (o 28 settimane) di gravidanza, ma può anche arrivare prima, dopo 24 settimane». Oggi un feto è normalmente considerato autosufficiente tra le 22 e le 24 settimane.
CRISI DELLE FONDAMENTA LEGALI DELL’ABORTO. La decisione dei giudici nel ‘73 creò una cornice legale per l’interruzione di gravidanza molto più tollerante di quanto sia mai stata, per esempio, la legge italiana, ma generò anche un enorme contraccolpo a livello di opinione pubblica, dando vita a un movimento anti-aborto estremamente dedito alla causa, ben finanziato e ben organizzato. A conseguenza dei decenni di attivismo degli anti-abortisti, e di una serie di progressi fatti nel campo delle scienze mediche, che ora permettono ai bambini nati anche molto prematuramente di sopravvivere nelle incubatrici, le fondamenta legali dell’aborto gettate dalla Corte quarant’anni fa sono quindi in crisi.

Pro-Life vs Pro-choice.

LA RESA DEI CONTI È VICINA. Di recente le assemblee statali a maggioranza repubblicana hanno avuto vita particolarmente facile nel limitare l’accesso all’interruzione di gravidanza giacché i gruppi favorevoli al diritto all’aborto, impauriti dall’attuale composizione della Corte Suprema (la cui maggioranza pende verso destra), hanno per lo più evitato di fare causa.
BATTAGLIA LEGALE CONTRO I NUOVI LIMITI. Ma il momento della resa dei conti pare essere ormai prossimo. Il Center for Reproductive Rights, che da due decenni si occupa di difendere in tribunale il diritto all’interruzione di gravidanza, e l’American Civil Liberties Union, un’organizzazione fondata negli anni venti del secolo scorso e che si propone come paladina delle libertà civili in America, hanno annunciato di voler intentare un’azione legale per bloccare sul nascere le leggi dell’Arkansas e del North Dakota. Sommata a altre cause iniziate dagli stessi due gruppi negli ultimi mesi, questa mossa potrebbe contribuire a mettere in moto il lungo processo che normalmente porta le contese legali fino davanti alla Corte Suprema.
In definitiva, ci vorranno ancora anni, ma è probabile che un giorno, in un futuro non troppo lontano, i giudici dovranno tornare a decidere su Roe v. Wade.

Prosegue su LetteraPolitica

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