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Israele, la complicata visita di Barack Obama

19/03/2013

Processo di pace in stallo e rapporti gelidi con Bibi. Perché il viaggio del presidente a Tel Aviv rischia di essere un flop.

di Valentina Pasquali

da Washington

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Barack Obama.(© Getty) Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Barack Obama.

Doveva essere un viaggio storico. Rischia di diventare un esercizio di equilibrismo, capace di mettere i nervi di tutti a dura prova.
Il presidente americano Barack Obama è atteso a Tel Aviv martedì 20 marzo, con un calendario fitto di impegni ma dalle ambizioni davvero modeste.

QUESTIONI DIFFICILI. Le questioni sul tavolo della quattro giorni mediorientale sono infatti tante e tutte di difficile risoluzione. Obama deve affrontare non solo la questione del processo di pace, ormai in fase di stallo cronico, ma anche quelle altrettanto ostiche del programma nucleare iraniano e della guerra civile in Siria.
Non ultimo, la Casa Bianca è chiamata a sedare la rabbia della destra repubblicana, che da tempo accusa il presidente di non aver fatto abbastanza per manifestare il sostegno incondizionato dell’America nei confronti dell’alleato israeliano.

TOUR DE FORCE. La visita, infatti, è la prima di Obama in qualità di capo di Stato: l’ultima ci fu nel 2008, quando era ancora il candidato democratico alla Casa Bianca. Ma il risultato ambiguo delle elezioni israeliane di gennaio ha trasformato quello che doveva essere un viaggio trionfale dopo la riconferma in un tour de force dal quale non si attende alcun esito eclatante.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, infatti, è anch’egli fresco di rielezione, ma si trova a capo di una coalizione di governo fragile e non certo amichevole nei confronti dei palestinesi. Almeno momentaneamente, Obama ha dunque dovuto accantonare il proposito di trovare una vera risoluzione al conflitto israeliano-arabo.
Piuttosto, il capo di Stato si reca nella regione con l’obiettivo minimo di calmare gli animi e prevenire una nuova esplosione di violenza. Magari grazie anche a un riavvicinamento con lo stesso Netanyahu, con cui da sempre Obama ha avuto una relazione personale gelida.

TENSIONE E SFIDUCIA. I due dovrebbero trovarsi faccia a faccia già martedì 19, durante il giorno in una serie di eventi pubblici e in serata per una cena di lavoro alla residenza di Netayahu.
Mercoledì 20, invece, Obama è atteso a Ramallah dal presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas e dal suo primo ministro Salam Fayyad.
La fiducia dei palestinesi negli Stati Uniti è ai minimi storici e la visita di Obama è stata preceduta da qualche tensione e da molta ironia: per le strade sono spuntati cartelloni che invitano il presidente americano a lasciare a casa il blackberry, perché non c’è copertura internet ad alta velocità in Palestina.
Voci di corridoio danno a rischio la tappa di Ramallah, capitale designata del futuro stato palestinese: l’incontro potrebbe infatti essere spostato a Betlemme, anch’essa nei Territori palestinesi, ma con un valore simbolico meno rilevante.
L’attenzione spasmodica ai dettagli indica il difficile tentativo di Obama nel mantenere un limitato canale di comunicazione aperto. Nella speranza che, di qui a qualche mese, si possa anche riprendere a parlare di negoziati.

Obama ha deciso di non parlare alla Knesset ma davanti agli studenti

Il presidente americano Barack Obama.(© Getty images) Il presidente americano Barack Obama.

Il momento clou della visita potrebbe essere il discorso di giovedì 21, nel centro congressi di Gerusalemme. Un po’ sulla scia di quello del Cairo nel 2009, famoso per «la mano tesa all’Islam», l’intervento sarà rivolto agli studenti di tutte le maggiori università del Paese.
Obama spera certamente di restituire un po’ speranza ai giovani rispetto al processo di pace, di cui sono tutti delusi. Ma anche su questo si sono scatenate le polemiche: il governo israeliano avrebbe preferito che Obama parlasse di fronte alla Knesset, il parlamento. Gli americani si sono tuttavia impuntati: volevano un terreno neutro, così da rivolgersi direttamente a tutto il popolo di Israele e non solo alla sua litigiosa classe politica.

Prosegue su Lettera43

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