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Paul Ryan, paladino dell’America ricca

14/03/2013

Da Washington

Sconfitto nelle elezioni del novembre 2012 e nei negoziati sul fiscal cliff di fine anno, che hanno portato a un aumento delle tasse sui più ricchi, l’ultra conservatore deputato del Wisconsin ed ex-candidato repubblicano alla vice presidenza Paul Ryan è tornato alla carica questa settimana più baldanzoso che mai, con una nuova proposta di bilancio (la sua terza) che riafferma i principi fiscali più estremi sostenuti dalla destra americana, nonostante, negli ultimi mesi, l’opinione pubblica negli Stati Uniti sia sembrata muoversi piuttosto verso sinistra.

12 marzo 2013, Washington. L’arrivo di Paul Ryan per la conferenza stampa di presentazione della sua proposta di bilancio. (Win McNamee/Getty Images)

RYAN PROMETTE DI AZZERRARE IL DEFICIT. Il programma economico di Ryan, che riprende il nome, The Path to Prosperity, già scelto per la versione dell’anno scorso, promette di azzerare il deficit a stelle e strisce entro dieci anni con il solito misto di simultanei tagli alle tasse e alla spesa pubblica, in particolare quella destinata alle politiche federali che si rivolgono ai più vulnerabili tra gli americani (dalla sanità gratuita per i poveri alle borse di studio per i giovani meno abbienti).

RYAN, PALADINO DEI RICCHI. Il commentatore Matthew Yglesias su Slate ha descritto il piano di Ryan come un tentativo di pareggiare i conti dello Stato «attraverso una campagna di duro conflitto di classe rivolta contro gli americani che si trovano nella metà inferiore della distribuzione di reddito al fine di proteggere gli interessi di una piccola minoranza di redditi elevati». Sull’Atlanticil collega Derek Thompson ha spiegato la filosofia di Ryan con il motto, «Abbandonare i poveri e i malati per salvare i vecchi e i ricchi».

LE CONTRADDIZIONI DEL PIANO RYAN. La nuova proposta dei repubblicani alla Camera è piena di contraddizioni. Medicare, il programma di sanità pubblica per gli ultra sessantacinquenni, rimarrebbe invariato per i prossimi dieci anni, coprendo tutti quelli che oggi hanno più di cinquantacinque anni, ma poi subirebbe una riforma radicale, che lo vedrebbe trasformato in un sistema di voucher statali e servizi privatizzati. Stessa cosa vale anche per Social Security, il sistema pensionistico federale. Nei dettagli, inoltre, si fa fatica a immaginare come Ryan possa far quadrare i conti giacché, fra le altre cose, il suo piano prevede anche che le entrate del governo di Washington rimangano pari a oggi nonostante l’aliquota maggiore delle imposte sul reddito scenda dall’attuale 39,6% a un misero 25%. Il deficit poi sarebbe gradualmente ridotto anche a fronte di un nuovo aumento dei costi della Difesa.

«Ryan non è riemerso particolarmente illuminato dalla pausa di riflessione seguita alla batosta presa assieme a Mitt Romney nelle Presidenziali 2012». (Joe Raedle/Getty Images)

RIDIMENSIONARE IL GOVERNO FEDERALE. In realtà, queste apparenti discrepanze non sono che l’impronta lasciata in superficie dalle priorità profonde dell’ala conservatrice del Gop, che hanno poco a che vedere con il pareggio di bilancio ma tutto a che fare con una riduzione drastica del carico fiscale e, di conseguenza, delle dimensioni del governo federale che però, nell’immediato, non offenda l’elettorato anziano o l’establishment del Pentagono, storici sostenitori dei repubblicani.

ILPIANO RIAPRE DIBATTITO SULL’AUSTERITY.Insomma, Ryan non sembra essere riemerso particolarmente illuminato dalla pausa di riflessione seguita alla batosta presa assieme a Mitt Romney nelle Presidenziali 2012, ma, anzi, è pronto a riproporre l’immagine del Partito Repubblicano come il partito dei ricchi e privilegiati.
Dal punto di vista pratico, il suo piano fiscale non ha alcunachance di passare il vaglio del Congresso e diventare legge. Dal punto di vista più prettamente politico-elettorale, questa mossa da parte del giovane e ambizioso onorevole del Wisconsin è destinata a riaccendere, ancora una volta, il dibattito sull’austerità e sul ruolo del governo nella vita del Paese, nonostante siano sempre più lampanti le conseguenze disastrose delle politiche di duri tagli alla spesa pubblica perseguite nell’euro zona e nel Regno Unito e nonostante l’elettorato americano abbia chiaramente respinto la visione fiscale dei repubblicani l’anno passato.

Prosegue su LetteraPolitica

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