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Usa: ecco Brennan, il nuovo Spy in Chief

08/02/2013

Da Washington

7 febbraio 2013, Washington. John Brennan contestato. (Saul Loeb/Afp/Getty Images)

Più volte interrotta da fragorose proteste di manifestanti, che sono poi stati scortati fuori dall’aula, e sullo sfondo di nuove rivelazioni sulla controversa lotta al terrorismo internazionale perseguita dagli Stati Uniti, il 7 febbraio si è tenuta l’udienza della Commissione Intelligence del Senato con protagonista John Brennan.
BRENNAN, AUDIZIONE CONTESTATA.Massimo consulente per l’antiterrorismo del Presidente Barack Obama, e da lui scelto come prossimo direttore della Central Intelligence Agency(CIA), Brennan ha risposto alle domande dei senatori in una sessione pubblica durata diverse ore. Questo fa parte dell’iter necessario alla sua conferma, che avverrà dopo una seconda riunione a porte chiuse prevista per la settimana prossima.

7 febbraio 2013, Washington. «John Brennan ha saputo gestire con destrezza lo stress del confirmation hearing» (Saul Loeb/Afp/Getty Images)

ESAME SUPERATO PER LA SPY IN CHIEF.Apparso competente, sicuro di sé e pacato, Brennan – il quale ha passato 25 anni alla CIA prima di arrivare alla Casa Bianca nel 2009 — ha saputo gestire con destrezza quello che è considerato uno dei momenti più stressanti e faticosi nella carriera di chi approda ai massimi livelli dell’amministrazione americana. E ha fatto un’ottima figura in particolare perché ha avuto la fortuna di venire dopo Chuck Hagel, il candidato a segretario della Difesa che la settimana scorsa era apparso tentennante e incerto.

MAI PIÙ WATERBOARDING. Ma, a parte l’immagine di esaminando preparato e a proprio agio proiettata da Brennan, la futura Spy in Chief del governo americano è rimasta, prevedibilmente, molto abbottonata sui dettagli.
Ha sì criticato l’uso del waterboarding negli anni del Presidente George W. Bush, definendola una pratica «riprovevole» e dichiarando che non sarà ripristinata in futuro, ma ha evitato di chiamarla apertamente «tortura». Il suo predecessore Leon Panetta non aveva avuto alcun problema a usare tale parola.

«Brennan ha difeso il programma di droni della CIA perché prudente e preciso».

IN DIFESA DEI DRONI. Brennan ha anche insistito, di fronte a ripetute domande del Senatore repubblicano della Georgia Saxby Chambliss, di preferire la cattura dei terroristi alla loro uccisione, ma ha difeso il programma di droni della CIA perché prudente e preciso. Una valutazione, in particolare il secondo punto, contraddetta da un recente studio della New America Foundation, un centro di ricerca di Washington, secondo cui circa il 20% di tutte le vittime di droni americani è composto di civili e non di militanti.

DRONI: VITTIME CIVILI E POCA TRASPARENZA. Un’esclusiva del New York Times di questa settimana ha anche confermato che Brennan ha lavorato instancabilmente per convincere il governo dell’Arabia Saudita a permettere l’apertura di una base segreta di droni americani da cui viene regolarmente colpito lo Yemen.
Lo stesso approccio diplomatico, e difficile da leggere, è stato evidente anche sulla questione della trasparenza. Di fronte all’insistenza dei senatori di ricevere maggiori dettagli sull’uso dei droni – e di garantire che anche il pubblico sia meglio informato sulla questione – Brennan ha detto di essere disposto a valutare la richiesta ma non ha fatto promesse.

«La “kill list” del Presidente Obama, un elenco di terroristi da trovare a tutti costi, vivi o morti».

I CRITERI DELLA KILL LIST DI OBAMA. L’interrogatorio si è poi soffermato sulla cosiddetta «kill list» del Presidente Obama, un elenco di terroristi da trovare a tutti costi, vivi o morti, sulla cui redazione e gestione Brennan pare abbia avuto enorme influenza negli ultimi quattro anni. Questo tema, tra l’altro, era tornato prepotentemente alla ribalta questa settimana. L’Amministrazione infatti aveva finalmente fatto avere alla CommissioneIntelligence del Senato il rapporto segreto con cui i consulenti legali del presidente hanno stabilito i criteri per l’uccisione di cittadini stranieri nell’ambito della lotta al terrorismo e — ancor più cruciale a livello domestico — in cui si spiega la tesi che ha portato all’assassinio di Anwar al-Awlaki nel settembre 2011, un americano che si era unito a al Qaeda in Yemen.
Grazie a un’anticipazione di Michael Isikoff di NBC, che ha ottenuto un sommario del rapporto , si sa che l’amministrazione rivendica per sé il diritto di uccidere agenti di primo livello di al Qaeda che presentano un pericolo «imminente» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anche se il termine «imminente» viene definito in maniera piuttosto vaga.

Prosegue su LetteraPolitica

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