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L’ombra lunga della morte di bin Laden

28/01/2013

Da Washington

La locandina di Zero Dark Thirty.

La storia ormai la conosciamo tutti. Dopo una caccia all’uomo lunga un decennio e apparsa spesso in vano, nell’estate del 2010 gli agenti della Central Intelligence Agency (CIA) localizzarono Ibrahim Saeed Ahmed, il corriere personale di Osama bin Laden conosciuto con il nome in codice di Abu Ahmed al Kuwaiti, a Peshawar in Pakistan.

ZERO DARK THIRTY IN ITALIA IL 7 FEBBRAIO. Seguendo per mesi la sua Jeep bianca, prima per le strade caotiche della città e poi in viaggio verso il centro collinare di Abbottabad, i servizi segreti americani arrivarono al compound in cemento in cui il leader massimo di al Qaeda si nascondeva da anni, scoperta che portò infine al raid delle forze speciali del 2 maggio 2011 in cui bin Laden fu ucciso.Esce ora nei cinema italiani (in arrivo nelle sale il 7 febbraio) Zero Dark Thirty, il film della regista Kathryn Bigelow che della saga bin Laden prova a ricomporre gli eventi.

NEGLI USA REAZIONI OPPOSTE E VISCERALI. Negli Stati Uniti, dove è in programmazione da inizio gennaio, Zero Dark Thirty ha suscitato reazioni viscerali e diametralmente opposte. Da un lato, già candidato a cinque Oscar tra cui miglior film, è giustamente acclamato dai critici per l’intensità, il ritmo narrativo da thriller, la qualità della ricostruzione di ambienti, personaggi e atmosfera. Insomma per quella capacità, già dimostrata da Bigelow in The Hurt Locker — la storia di un gruppo di artificieri al lavoro durante la guerra in Iraq che le è valso l’Oscar per la regia nel 2010 (il primo e fin qui unico mai conquistato da una donna) — di portare gli spettatori dentro l’azione, dentro gli eventi chiave dell’ultimo decennio.

L’ACCUSA PER IL RUOLO DELLA CIA NEL FILM. Dall’altro, un lungo elenco di giornalisti e esperti di terrorismo e controterrorismo, da Steve Coll sulla New York Review of Books a Peter Bergen su CNN a Jane Mayer sul New Yorker, si è scagliato contro Bigelow e il suo sceneggiatore, l’ex giornalista Mark Boal, per quella che considerano una rappresentazione non accurata e potenzialmente pericolosa dell’uso della tortura da parte della CIA.

Kathryn Bigelow e Mark Boal.

LA DENUNCIA PER L’USO DELLA TORTURA. La prima mezz’ora di film, infatti, illustra in dettaglio quelle «tecniche intensive di interrogatorio» — eufemismo impiegato per aggirare la parola tortura — approvate dall’Amministrazione Bush e usate sui prigionieri di al Qaeda tra il 2002 e il 2006. La protagonista Maya, agente dedita anima e corpo alla cattura di bin Laden e modellata su una persona reale, passa di cella in cella, di prigione segreta in prigione segreta, e, in prima persona o con l’aiuto di altri più grossi di lei, interroga i detenuti mentre vengono umiliati e seviziati.

E IL RISCHIO DI APOLOGIA DELLA STESSA. Sono scene nauseanti, costruite per produrre un effetto shock e certamente non per edulcorare l’orrore della tortura. Eppure, nel racconto di Bigelow e Boal, è proprio in questi primi traumatizzanti momenti della storia che la CIA ottiene le informazioni decisive (in particolare lo pseudonimo di al Kuwaiti) che poi gradualmente porteranno al ritrovamento di bin Laden. Un’interpretazione dei fatti, dicono i perplessi, dannosa, perché rischia di convincere gli spettatori che, per quanto terribile, la tortura può venire utile in istanze di emergenza nazionale. E tanto più imperdonabile perché inesatta.

La celebre foto che ritrae Barack Obama e Hillary Clinton mentre seguono in diretta l’operazione che portò all’uccisione di Osama Bin Laden.

LA TORTURA NON SI È RIVELATA ESSENZIALE. Pare, infatti, che l’esistenza di al Kuwaiti sia stata svelata alla CIA da un prigioniero prima di essere torturato e che, in generale, le informazioni ottenute da coloro che sono stati sottoposti a pratiche come il waterboarding si siano rivelate per lo più fuorvianti. Queste sono anche le conclusioni di una recente indagine del Senato lunga sei mila pagine, o perlomeno delle anticipazioni avute fin qui giacché il rapporto è ancora protetto dal segreto di Stato.
Complessivamente, anche i pochi che ancora difendono il programma di interrogatori duri dei primi anni duemila, ammettono che la sua utilità è marginale e che non va considerato come l’infallibile strumento di raccolta di intelligence presentato nel film.

Prosegue su LetteraPolitica
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