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Il nuovo manifesto progressista di Obama

22/01/2013

Da Washington

21 gennaio 2013, Washington. Cerimonia d’inaugurazione del secondo mandato di Barack Obama. (Justin Sullivan/Getty Images)

Fresco di riconferma alla Casa Bianca e per sempre libero da preoccupazioni elettorali, Barack Obama ha inaugurato il proprio secondo mandato presidenziale con un discorso marcatamente più combattivo di quello fatto quattro anni fa.

FINALMENTE UN OBAMA LIBERAL. Forse una delusione per chi aveva sperato che Obama potesse davvero diventare l’icona di una nuova America post-partitica, la figura capace di ricucire gli strappi ideologici che sempre più dividono democratici e repubblicani a Washington. Un momento esaltante invece per la sinistra a stelle e strisce. Tirano infatti un sospiro di sollievo tutti quei sostenitori del presidente che, dai tempi della sua prima elezione nel 2008, hanno pazientemente atteso che emergesse da dietro la cortina di moderatezza e facesse finalmente outing da liberal.

PROSPERITÀ USA DIPENDE DALLA CLASSE MEDIA. «Noi, il popolo, sappiamo che il nostro Paese non può trionfare quando sono sempre meno quelli che se la passano molto bene e sempre più quelli che ce la fanno appena», ha dichiarato Obama alla platea di un milione di persone che, il 21 gennaio, è accorsa alNational Mall di Washington per sentirlo parlare. «Noi crediamo che la prosperità dell’America debba appoggiarsi sulle spalle larghe di una classe media in ascesa».

21 gennaio 2013, Washington. Obama durante il discorso inaugurale del suo secondo mandato. (Stan Honda/AFP/Getty Images)

«WE, THE PEOPLE». Per linguaggio e stile (a partire proprio dall’uso ripetuto del motivo «We, the people», che apre la Costituzione), Obama si è riallacciato alla memoria dei padri fondatori, cui immancabilmente tutti i presidenti devono rendere omaggio.

L’ATTACCO AL LIBERISMO. Pur mantenendo un registro confacente alle circostanze, non ha però esitato ad attaccare il liberismo estremo e il capitalismo sregolato che hanno permeato la filosofia politica del Partito Repubblicano (e di gran parte del Paese e del mondo) negli ultimi trent’anni, rivisitando in chiave di lettura contemporanea quei principi di equità e giustizia sociale portati avanti in passato da varie correnti di progressismo americano e che, alla pari del culto dell’economia di mercato e della libertà individuale, appartengono di diritto alla tradizione degli Stati Uniti.

UN’AMERICA DEI DIRITTI. «Il nostro cammino non sarà completo fino a quando le nostre mogli, le nostre madri e le nostre figlie potranno guadagnarsi da vivere in maniera proporzionata ai loro sforzi […] fino a quando i nostri fratelli e le nostre sorelle gay saranno trattati come tutti gli altri […] fino a quando non troveremo un modo migliore di accogliere gli immigrati pieni di speranza e voglia di lavorare che ancora guardano all’America come a una terra di opportunità». Con queste parole inequivocabili, Obama ha presentato un programma politico ambizioso, fatto anche di lotta al riscaldamento globale e di difesa dello stato sociale.

21 gennaio 2013, Washington. L’America di Obama. (Joe Raedle/Getty Images)

UN NUOVO MANIFESTO PROGRESSISTA.In quello che potrebbe rivelarsi il momento cardine di una storica inversione di tendenza, il 44mo presidente americano ha sostanzialmente dichiarato chiusa l’era del Reaganismo, del populismo anti-governativo, e ha rilanciato con una sorta di nuovo manifesto del progressismo per il ventunesimo secolo. «Le possibilità dell’America sono illimitate», ha detto in uno dei passaggi che più hanno entusiasmato il pubblico di casa, «perché possediamo tutte le qualità di cui c’è bisogno in questo mondo senza confini: giovinezza e determinazione; diversità e apertura; una infinita capacità di rischiare e il dono di sapersi reinventare. Miei concittadini americani, siamo fatti per questo momento, e sapremo senz’altro coglierlo – a patto di farlo tutti assieme».

Prosegue su LetteraPolitica

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