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Fiscal cliff, vittoria simbolica per Obama

07/01/2013

Da Washington

Washington. Capitol Hill, sede del Congresso Usa. (SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Anche negli Stati Uniti del Tea Party, dominati dalla Camera a maggioranza repubblicana e profondamente anti-governo, torna a crescere il carico fiscale. Questo il significato simbolico dell’accordo raggiunto da democratici e repubblicani il primo gennaio, in ritardo sulla scadenza della fine del 2012 e firmato solo dopo un’impasse durata oltre un anno.

VIOLATO IL TABÙ REPUBBLICANO. Un compromesso senza dubbio imperfetto, odiato da molti e amato da nessuno, che però evita, almeno per il momento, il temutissimo «precipizio fiscale», offre certezze di lungo periodo sul codice fiscale americano, in flusso da ormai un decennio e, soprattutto, viola per la prima volta in vent’anni il tabù del Gop sull’aumento delle tasse.

COSA PREVEDE LA NUOVA LEGGE. In sintesi, l’American Tax Relief Act, approvato prima dal Senato e poi anche dai recalcitranti deputati — soprattutto grazie al sostegno del contingente democratico — rende permanente la riduzione delle aliquote implementata in via temporanea durante la prima amministrazione di George W. Bush. Ma solo per i redditi fino a 400.000 dollari l’anno per gli individui e 450.000 per le famiglie. Oltre a questa soglia, le tasse ritornano ai livelli dell’era di Bill Clinton, con l’aliquota marginale massima che balza nuovamente al 39,6%. In aumento anche le imposte sugli investimenti, che passano dal 15% al 20%, e quelle sull’eredità (anche se cresce a 5 milioni di dollari l’ammontare minimo a cui si applicano). Termina infine la riduzione della «payroll tax», la tassa sul lavoro, che quindi torna al 6,2% per gli stipendi fino a 113.700 dollari l’anno dal 4,2% attuale.

1 gennaio 2013, Washington. Il presidente Barack Obama e il vicepresidente Joe Biden in una dichiarazione alla stampa sull’accordo raggiunto sulla legislazione fiscale. (Brendan Hoffman/Getty Images)

CHI ORA PAGA PIÙ TASSE. Grazie a questa riforma, il 77% di americani pagherà più tasse in futuro (per circa 600 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni), soprattutto a causa dell’incremento della payroll tax. Il rialzo delle aliquote sul reddito colpirà invece solo lo 0,7% di contribuenti più ricchi. Il che significa che, a livello pratico, questa non è certo una rivoluzione socialista.

L’ACCORDO SALVA I PIÙ RICCHI. Se non fosse stato raggiunto alcun accordo, il carico fiscale sarebbe salito per tutti. E anche la proposta iniziale del Presidente Barack Obama era assai meno generosa, giacché prevedeva un aumento delle aliquote per i redditi sopra i 250.000 dollari l’anno (200.000 per gli individui). Prova questa che la Casa Bianca ha in parte ceduto alle richieste dei conservatori, con la conseguenza che gli americani più abbienti emergono dall’accordo sul «fiscal cliff» in condizioni migliori di quanto temessero (dato il sistema di tassazione marginale, lo spostamento della soglia per l’aumento delle tasse dai 200.000 ai 400.000 dollari l’anno fa risparmiare soldi a tutti i

contribuenti per quella parte di reddito, anche a chi guadagna molto di più che mezzo milione di dollari).

LE QUESTIONI RIMASTE IN SOSPESO. Il compromesso del primo gennaio inoltre non copre questioni come il tetto di indebitamento pubblico, il buco di bilancio e i tagli automatici alla spesa pubblica (il cosiddetto «sequester»), che sono state semplicemente posticipate di due mesi a meno che non si raggiunga prima un accordo per ridurre il deficit (è stato però prolungato il regime di sussidi di disoccupazione ampliato durante la recessione).

Lo speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano John Boehner. (Win McNamee/Getty Images)

VITTORIA SIMBOLICA DI OBAMA PER TRE RAGIONI.Una riforma solo parziale insomma, e insoddisfacente per molti a destra così come a sinistra, ma comunque una vittoria simbolica importante per il Presidente Obama e per i democratici, per tre ragioni in particolare:

Prosegue su LetteraPolitica

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