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Usa, non chiamatelo fiscal cliff

21/12/2012

Da Washington

Con le feste natalizie ormai dietro l’angolo, i cittadini americani ancora non sanno se dai loro rappresentanti eletti riceveranno in dono un compromesso sul «precipizio fiscale» o solo un pezzo di carbone. Il ping pong di offerte e contro-offerte tra il Presidente Barack Obama e il Presidente della Camera John Boehner continua a dominare i titoli dei quotidiani e dei telegiornali, ma dopo che, a inizio settimana, a Washington si era improvvisamente sparso un senso di rinnovato ottimismo, nelle ultime ore i negoziati tra democratici e repubblicani sembrano di nuovo prossimi al collasso.

20 dicembre 2012, Washiington. Lo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, in conferenza stampa. (Alex Wong/Getty Images)

IL NO REPUBBLICANO ALL’AUMENTO DELLE TASSE. In un replay di quello che successe nell’estate 2011, infatti, anche quest’anno i leader dei due partiti si sono avvicinati considerevolmente a un accordo, ma a Boehner sembra mancare la forza di domare l’inquieto gruppo repubblicano alla Camera. Naturalmente, l’aumento delle tasse sugli americani più abbienti continua a essere il nodo irrisolvibile per i deputati del Gop. Fin qui, Boehner non è nemmeno riuscito a convincere i suoi a votare per un rialzo del carico fiscale sui redditi superiori al milione di dollari l’anno. Obama vuole farlo salire per tutte le famiglie che guadagnano più di 250.000 dollari o, massima concessione all’opposizione, più di 400.000 dollari.

ALTRE CRITICITÀ TRASCURATE. Nel frattempo, questa attenzione ossessiva per le aliquote fiscali pagate dai ricchi, condivisa ormai sia dai repubblicani che dai democratici, sta marginalizzando altre questioni importanti relative al precipizio fiscale e che hanno un impatto sproporzionato sui lavoratori.

19 dicembre 2012, Washington. Conferenza stampa di Barack Obama. (Win McNamee/Getty Images)

PAYROLL TAX, LA RESA DI OBAMA. Anche Obama, ad esempio, sembra aver ormai rinunciato a un’estensione della riduzione della payroll tax, approvata prima per il 2011, poi rinnovata per il 2012 e in scadenza a fine anno. La payroll tax è un’imposta pagata a metà da dipendenti e datori di lavoro (6,2% a testa, ridotta a 4,2% per i dipendenti negli ultimi due anni) che si applica a tutti gli stipendi fino a un massimo di 110.000 dollari l’anno e serve a finanziare il sistema pensionistico di Social Security. Proprio per come è strutturata, è una tassa regressiva, che colpisce di più i dipendenti con i redditi più bassi (e non tocca i ricchi che vivono solo di investimenti, come ad esempio Mitt Romney). Se, come pare, la payroll tax dovesse tornare a salire l’anno prossimo, questo significherebbe un immediato aumento delle tasse sulla classe media.

SUSSIDI DI DISOCCUPAZIONE A RISCHIO. Tra gli altri temi messi sempre più in secondo piano dai negoziati sul debito vi sono anche i sussidi di disoccupazione, espansi durante la crisi ma che tornerebbero a contrarsi automaticamente nel 2013. Il Presidente fin qui è apparso intenzionato a battersi per un loro rinnovo, ma la strada verso un accordo finale è ancora lunga e tortuosa e non è detto che proprio questi sussidi non diventino presto un’altra vittima del botta e risposta in corso.

RICHIESTA DI TAGLI AI RIMBORSI FISCALI. Le proposte offerte dai repubblicani, naturalmente, tendono verso ancor maggior regressività, limitando rimborsi fiscali considerati fondamentali per le famiglie dai mezzi finanziari limitati (crediti governativi che hanno a che vedere con i figli, il costo dell’istruzione universitaria e l’impiego).

Ethan Pollack, senior Policy Analyst presso l’Economic Policy Institute.

LA PROPOSTA DELL’ECONOMIC POLICY INSTITUTE. Date queste considerazioni, e dato lo stato ancora una volta deludente delle trattative in corso, Ethan Pollack dell’Economic Policy Instituteun think tank progressista di Washington, suggerisce che è forse arrivato il momento per i democratici di abbandonare definitivamente i tagli alle tasse dell’era Bush, per i più ricchi, ma anche per tutti gli altri, per poi lanciare una discussione seria l’anno prossimo su come riformare il codice fiscale americano in modo da renderlo realmente più equo e più efficiente, dopo anni di tassazione ridotta che hanno portato solo maggiore disuguaglianza, minore crescita, minore occupazione e un buco di bilancio in costante espansione.

PERCORSO FISCALE AD OSTACOLI. In generale, l’EPI  è un buon punto di partenza per chi abbia voglia di seguire l’evoluzione del pensiero economico progressista in America senza però perdere di vista la realtà di fatto dei dati e dei numeri. Conosciuto per le posizioni di sinistra, questo centro di ricerca è rispettato a Washington proprio per la serietà con cui affronta l’analisi economica. Sono stati analisti dell’EPI che recentemente hanno messo in dubbio la terminologia catastrofista del «fiscal cliff», preferendo parlare piuttosto di «fiscal obstacle course» (o «percorso fiscale a ostacoli») in riferimento al dibattito economico in corso oggi negli Stati Uniti.

Prosegue su LetteraPolitica

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