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Ecco chi vuole disarmare l’America

18/12/2012

Da Washington

Casa Bianca a lutto. (Mandel Ngan/AFP/Getty Images)

Bandiere a mezz’asta su Casa Bianca e Congresso. Campane a morto che riecheggiano per tutto il Paese, il loro timbro addolorato interrotto solo dalle riflessioni lugubri che affollano la mente durante l’ennesimo minuto di silenzio. Tace persino laNational Rifle Association (NRA), la potente lobby degli appassionati di armi da fuoco, che ha temporaneamente cancellato i propri account su Facebook e Twitter. Questa l’America, profondamente scossa, che è tornata a scuola e in ufficio lunedì mattina, il primo giorno lavorativo dopo la carneficina alle elementari Sandy Hook, dove, il 14 dicembre, Adam Lanza ha crivellato di proiettili 20 allievi e 6 adulti (oltre che la madre). Nei pensieri di tutti c’è Newtown in Connecticut, una cittadina di neanche 28 mila abitanti che questa settimana deve seppellire i corpi massacrati di due decine di bambini tra i sei e i sette anni di età.

QUANDO L’AMERICA NE AVRÀ ABBASTANZA? In molti — questa volta più del solito — si interrogano su quale potrà essere il punto di non ritorno, il momento in cui anche la cittadinanza a stelle e strisce ne avrà finalmente avuto abbastanza e sarà pronta a rivalutare un sistema che mette i fucili da assalto e le pistole semi-automatiche a portata di mano anche dei membri più instabili e fragili della società.

MOLTO CLAMORE, MA NULLA CAMBIA. In particolare per via della tenera età delle vittime, l’indignazione per la tragedia di Newtown è enorme e palpabile, più ancora dell’orrore provato a luglio di fronte alla strage del cinema di Aurora in Colorado, in cui James Holmes uccise dodici persone in un paio di minuti, ferendone quasi 60, durante la prima dell’ultimo Batman. Ma, a parte qualche segnale promettente sul fatto che forse anche gli americani e i loro rappresentanti eletti si stanno avvicinando a quel punto di non ritorno, la storia ci insegna che il clamore che fa regolarmente seguito a questo genere di eccidi si dissipa rapidamente negli Stati Uniti.

Il dolore del presidente Obama. (Alex Wong/Getty Images)

A parte una manciata di attivisti e centri di ricerca che da anni portano avanti la lotta contro le armi da fuoco, quella robusta percentuale della popolazione che vorrebbe vedere irrigidite le regole che ne governano la vendita e l’uso si dimentica in fretta della questione e torna alla propria vita quotidiana, lasciando il palcoscenico ai meglio organizzati e meglio finanziati sostenitori della filosofia secondo cui più pistole sono in circolazione, più sicuri sono i cittadini.

L’IMPEGNO DI OBAMA PER UN CAMBIAMENTO. Questo volta, però, la costernazione è davvero tanta, anche in circoli che solitamente preferiscono imputare questi eventi alla follia di un singolo individuo, ignorando il legame evidente tra le stragi e l’ampia disponibilità di armi da fuoco negli Stati Uniti. Più forti che in passato le parole del Presidente Barack Obama, che, durante una veglia commovente tenuta in onore delle vittime presso la scuola superiore di Newtown, ha dichiarato: «Userò tutto il potere di questo ufficio […] per cercare di prevenire altre tragedie come questa».

La rabbia di Michael Bloomberg. (John Moore/Getty Images)

BLOOMBERG: NUOVE REGOLE PER LE ARMI. Più convinta del solito la promessa della Senatrice democratica della California Dianne Feinstein di reintrodurre un disegno di legge che proibisca la vendita e il possesso di fucili da assalto, sul modello di quello approvato nel 1994 e poi scaduto nel 2004. Più determinato che mai il Sindaco di New York Michael Bloomberg, che da anni si batte per una maggior regolazione del mercato delle armi (tra le altre cose sostenendo con i propri soldi i candidati che promettono di impegnarsi su questo fronte) e che ha chiesto esplicitamente al Presidente Obama di fare di questa questione una delle massime priorità del suo secondo mandato.

LE STRAGI STANNO FACENDO CAMBIARE IDEA.  E sorprendenti le dichiarazioni del commentatore televisivo conservatore (e ex deputato repubblicano) Joe Scarborough e dei Senatori democratici (ma vicini alla NRA) Joe Manchin della West Virginia e Mark Warner della Virginia, che, anche se con parole diverse, hanno più o meno tutti proclamato che la vicenda di Sandy Hook li ha cambiati per sempre e che è venuto il momento di agire. Più dura infine anche la reazione del pubblico americano. In un sondaggio di Washington Post/ABC News, il 52% di intervistati ha dichiarato di pensare che la strage di Newtown è il sintomo di un più ampio problema sociale e solo il 43% la considera invece il prodotto folle di una mente malata. A mo’ di paragone, in un rilevamento statistico effettuato dal Pew Research Center dopo il massacro di Aurora, queste percentuali erano più che invertite, con il 67% di persone che si diceva convinta che si fosse trattato di un incidente isolato e solo il 24% che vi riconosceva invece i caratteri di una piaga ben più complessa.

UN VENTAGLIO DI PROPOSTE. Ripreso quindi ancora una volta il dibattito sulle armi da fuoco, di proposte su cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione ce ne sono già molte in circolazione: dal sopra citato divieto di vendita e possesso dei fucili da assalto, a nuove norme che limitino il tipo e il numero di caricatori e cartucce legalmente acquistabili, a più rigidi controlli di background per chi desidera comprare fucili e pistole, alla via economica, che passa per una maggiore supervisione da parte degli investitori (soprattutto fondi pensioni dei dipendenti pubblici) della società di private equity Cerberus Capital, che negli ultimi anni ha rilevato numerosi produttori di armi da fuoco e li ha poi raggruppati in una nuova entità chiamata Freedom Group.

La petizione per fermare le armi sul sito del Law Center to Prevent Gun Violence.

THINK TANK CONTRO LE ARMI. Tra i laboratori di idee in materia di regolazione delle mercato delle armi spicca il Law Center to Prevent Gun Violence, un’organizzazione non-profit con sede a San Francisco, creata nel luglio 1993 dopo che un’aggressione a mano armata a uno studio legale della città causò dieci morti e sei feriti.

IL LAW CENTER DI SAN FRANCISCO. Il centro si occupa di ricerca, consulenza e corsi di aggiornamento per giornalisti, funzionari delle amministrazioni locali e statali e forze dell’ordine, e redige proposte di legge «modello» che possono poi essere impiegate dai politici di tutto il Paese per dare vita a vere e proprie legislazioni sul controllo delle armi.

Brady Campaign to Prevent Gun Violence.

GLI ATTIVISTI DELLA BRADY CAMPAIGN.Un lavoro simile è portato avanti anche dalViolence Policy Center a Washington D.C. e dalCenter for Gun Policy and Research della Johns Hopkins University a Baltimore. Sul fronte dell’attivismo, la più grossa organizzazione anti-pistole è la Brady Campaign to Prevent Gun Violence, fondata da Jim e Sarah Brady e dedicata a eleggere candidati che si distinguono per l’impegno sul tema. La storia di questo gruppo risale al marzo 1981, quando Jim Brady era appena stato nominato portavoce di Ronald Reagan alla Casa Bianca. I due caddero allora vittima dell’attentato alla vita del presidente compiuto da John Hinckley Jr., in cui Brady fu colpito alla testa e rimase parzialmente paralizzato. Da allora, assieme alla moglie, Brady ha consacrato la propria vita a questa causa.

Prosegue su LetteraPolitica

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