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La rinuncia della Rice e il risiko di Obama

14/12/2012

Da Washington

L’ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite, Susan Rice. (Spencer Platt/Getty Images)

Si è conclusa giovedì nella maniera forse più comoda per tutti, anche se non la più nobile, la breve avventura di Susan Rice da candidato a segretario di Stato. Nel pomeriggio, Rice, che è Ambasciatore americano alle Nazioni Unite, ha inviato una lettera al Presidente Barack Obama con cui si è ritirata dalla competizione, una decisione immediatamente accettata dalla Casa Bianca.

KERRY FAVORITO PER IL DOPO CLINTON. Si riapre così la gara per succedere a Hillary Clinton, con il Senatore del Massachusetts John Kerry in pole position. Che si tratti di Kerry o di qualcun altro, in tutta probabilità il dipartimento di Stato tornerà in mano a un uomo, dopo i quattro anni di dirigenza Clinton e i quattro di Condoleezza Rice (se si considerano anche Colin Powell e Madeleine Albright, un uomo bianco non occupa la poltrona di primo diplomatico americano dal 1997).

Susan Rice alle Nazioni Unite. (John Moore/Getty Images)

RICE ATTACCATA PER L’ASSALTO DI BENGASI. «Se nominata, sono ora convinta che il processo di ratifica [che passa per il Senato] sarebbe lungo, interferente e costoso – per lei e per le nostre priorità nazionali e internazionali», ha scritto Rice a Obama, «un gioco che non vale la candela per il nostro Paese». Da sempre vicina al presidente, si dice Rice fosse la sua favorita per il dopo-Clinton. Almeno fino a quando un gruppo di tre senatori repubblicani, John McCain dell’Arizona, Lindsey Graham del South Carolina e Kelly Ayotte del New Hampshire, si è scagliato contro Rice sulla questione dell’assalto dell’11 settembre 2012 al consolato americano di Bengasi in Libia, in cui sono morti quattro americani tra cui anche l’Ambasciatore Chris Stevens.

LA PRIMA VERSIONE SULL’ASSALTO SMENTITA. Nei giorni successivi all’attacco, la Casa Bianca decise di impiegare Rice come portavoce dell’amministrazione sui media e Rice, sulla base delle informazioni a lei fornite dalla CIA, dichiarò ripetutamente che si era trattato di una rivolta popolare spontanea contro un film anti-islamico prodotto negli Stati Uniti e non un attentato terroristico premeditato, come invece è emerso in seguito.

RICE ELETTA A CAPRO ESPIATORIO. Per il trio di senatori repubblicani, gli interventi televisivi di Rice l’hanno resa complice del presunto tentativo dell’amministrazione di non rivelare tutte le informazioni a disposizione sugli eventi di Bengasi (nella speranza di mascherare anche — così almeno sostengono i rappresentanti del Gop — l’incapacità della Casa Bianca di offrire sufficiente protezione alla missione diplomatica a stelle e strisce in Libia). Per ragioni che non sono del tutto chiare – si parla anche di antipatia personale, razzismo e sessismo — McCain, Graham e Ayotte, e altri colleghi al Senato, hanno così deciso di fare di Rice il capro espiatorio della vicenda, promettendo di bloccare la sua nomina a segretario di Stato.

Barack Obama. (Chip Somodevilla/Getty Images)

OBAMA E LA RINUNCIA DELLA RICE. Inizialmente, Obama, che è amico personale dell’Ambasciatore alle Nazioni Unite, aveva reagito con fermezza alle critiche dei repubblicani, dichiarando in conferenza stampa il 14 novembre di non essere per nulla intimidito: «Se dovessi decidere che è lei la persona meglio posizionata per servire nel ruolo di segretario di Stato, procederò con la sua nomina», disse allora il presidente. Questa settimana, però, Obama, che si rumoreggia abbia fatto pressione su Rice affinché si tirasse indietro, non ha esitato ad accettare tale scelta. «Anche se mi rammarico profondamente del trattamento ingiusto e fuorviante ricevuto da Susan Rice nelle ultime settimane», ha dichiarato il presidente, «la sua decisione dimostra la forza del suo carattere e un impegno ammirabile a sollevarsi oltre la politica del momento per dare massima priorità all’interesse nazionale».

IL CALCOLO DI OBAMA DIETRO LA VITTORIA GOP. A sinistra, c’è naturalmente chi pensa che Obama avrebbe dovuto mostrarsi più duro, accettando la sfida repubblicana su Rice. In realtà, nel pieno di delicati negoziati sul «precipizio fiscale», in cui il presidente ha bisogno di tutto il proprio capitale politico se vuole ottenere le giuste concessioni dal Gop, e prossimo a una serie di nomine importanti per il futuro governo (in ballo anche il dipartimento della Difesa e quello del Tesoro), la Casa Bianca ha preferito accordare questa vittoria, per altro modesta, ai rivali, nella speranza di conquistare battaglie ben più importanti in futuro.

Il senatore democratico John Kerry. (Brendan Hoffman/Getty Images)

SUCCESSO GOP, MODESTO PER DUE RAGIONI. Una vittoria modesta per due ragioni in particolare. Innanzitutto Rice, per quanto molto ammirata dal presidente, possedeva un difetto importante, di essere una diplomatica poco diplomatica e di essersi fatta, negli anni, molti nemici sia negli Stati Uniti sia all’estero (ha più volte irritato le controparti europee e russe in particolare sulla questione dell’Iran). In secondo luogo, Obama ha un’ottima panchina di altri candidati tra cui scegliere, a partire proprio da John Kerry, che ora i repubblicani sono pronti a confermare ma che non è mai stato amato dai conservatori americani.

LA CANDIDATURA KERRY E I NUMERI AL SENATO. È quasi certo che il Gop sia disposto a accettare la nomina di Kerry al dipartimento di Stato solo perché la sua partenza libererebbe un seggio democratico al Senato, in cui la maggioranza è sempre in bilico tra i due partiti. E si pensa che, in un’eventuale elezione speciale in Massachusetts, il repubblicano moderato Scott Brown, eletto nel 2010 e poi sconfitto questo novembre da Elizabeth Brown, potrebbe farcela a a tornare nuovamente a Washington. Ed è probabilmente questa la ragione per cui anche Obama non si decide a incaricare Kerry. Ciò non toglie che l’ex candidato democratico alla Presidenza (nel 2004) sarebbe un ottimo segretario di Stato, forse anche migliore di Rice.

Prosegue su LetteraPolitica

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