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FT, l’ultima tentazione di Bloomberg

12/12/2012

Da Washington

Michael Bloomberg. (Spencer Platt/Getty Images)

Giunto ormai al termine del proprio terzo mandato da sindaco di New York, e quindi non potendo più ricandidarsi alle elezioni previste per il novembre 2013, Michael Bloomberg deve trovare qualcos’altro da fare. C’è chi dice che stia adocchiando la Casa Bianca nel 2016 e altri invece che pensano sia pronto a rientrare in pieno nel settore dell’informazione e dei media, in cui ha costruito la sua fortuna multi-miliardaria. Girano sempre più insistentemente, infatti, voci che lo danno interessato all’acquisto del Financial Times Group, che comprende il famoso quotidiano color salmone e metà della proprietà dell’Economist.

FINANCIAL TIMES VERSO LA VENDITA. È questo l’ennesimo segnale sia della potenza finanziaria di Bloomberg sia dello stato di salute precaria in cui continua a versare il settore della stampa. Sono pochi i quotidiani rinomati tanto quanto il Financial Times, eppure — anche se Pearson, il gruppo editoriale che lo controlla attualmente, non rilascia dati economici testata per testata — la sensazione diffusa è che anche l’FTsia in perdita. La partenza prevista nei prossimi mesi dell’Amministratore delegato di Pearson e di quello delFinancial Times Group, che hanno a lungo difeso l’importanza del giornale, ha scatenato speculazioni che questo possa essere messo sul mercato già a inizio 2013.

L’INTERESSE DI THOMPSON REUTERS. Come riportato dal New York Times questa settimana, oltre al sindaco di New York, che da sempre si professa lettore fedele dell’FT, pare interessato anche Thompson Reuters, un gruppo canadese diretto competitore diBloomberg e che produce anch’esso informazione altamente specializzata venduta a caro prezzo ai professionisti e non al pubblico (Reuters, agenzia di stampa inglese acquistata da Thompson nel 2008 continua a occuparsi di news in maniera più tradizionale anche se con una particolare attenzione alle notizie finanziarie).

GIORNALISMO INTERNAZIONALE, CRISI IRRISOLTA.
 In sostanza, sia nel caso di Bloomberg sia in quello di Thompson Reuters, le attività giornalistiche non si finanziano da sole ma sono invece sostenute dai profitti generati da altri prodotti. A dimostrazione del fatto che, anche se negli ultimi mesi la stampa anglosassone è parsa in ripresa rispetto agli anni bui dei licenziamenti di massa, la crisi del giornalismo internazionale non è ancora risolta.

I CONTI NON TORNANO. Continuano infatti a calare gli introiti provenienti dagli annunci pubblicitari sui quotidiani in formato cartaceo (2,1 miliardi di dollari in meno nel 2011 rispetto al 2010 secondo il Rapporto Annuale sul Giornalismo Americano pubblicato dal Pew Research Center), e gli spazi venduti sulle edizioni digitali non sono assolutamente sufficienti a chiudere il gap. Va detto che recenti esperimenti con i cosiddetti paywall, ovvero il sistema adottato da un numero crescente di testate online per costringere i propri utenti a abbonarsi per poter accedere ai contenuti, hanno dato risultati positivi, ma solo limitatamente.

La sede del New York Times a Manhattan progettata da Renzo Piano.

L’ECCEZIONE DEL NEW YORK TIMES.L’esempio più citato è quello del New York Times, che assieme al suo gemello internazionale (l’International Herald Tribune) ha oltrepassato quota 600 mila abbonati all’edizione digitale e il cui paywall si dice abbia generato 100 milioni di dollari di reddito. Ma il New York Times è il New York Times, forse la testata più prestigiosa e conosciuta al mondo, ed è difficile elevarlo a modello per quotidiani più piccoli e meno famosi. Inoltre, anche per il New York Times i problemi non sono finiti. La settimana scorsa, infatti, la dirigenza ha annunciato di voler convincere altri 30 giornalisti impiegati in redazione a andarsene.
Tra l’altro, proprio la decimazione della forza lavoro nei giornali americani ed europei mette a rischio la strategia del paywall, giacché i lettori sono disposti a pagare solo quando gli vengono proposti contenuti originali e di qualità, per cui sono necessari molti giornalisti e bravi.

Michael Bloomberg. (Oli Scarff/Getty Images)

FT, TENTAZIONE E TIMORI DI BLOOMBERG. Insomma, nonostante i passi avanti fatti dall’industria della stampa recentemente, anche una testata come il Financial Times rischia di essere messa presto in vendita perché perennemente in rosso (e intanto chiude questo mese la sua edizione tedesca, lanciata con grande entusiasmo e grandi speranze nel 2000). Tant’è che si mormora che Bloomberg sia sì attratto dall’idea di acquistare il gruppo, ma anche intimorito che questa mossa possa in qualche modo compromettere la fama da infallibile macchina da soldi di cui gode la sua società.

Prosegue su LetteraPolitica

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