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Fiscal cliff, Obama sull’orlo del precipizio

21/11/2012

Da Washington

È passato oltre un anno da quando democratici e repubblicani al Congresso si accordarono, nell’agosto 2011, su una serie di pesanti tagli alla spesa pubblica – che colpirebbero anche il solitamente intoccabile dipartimento della Difesa — da far entrare in vigore automaticamente a inizio 2013 a meno di non raggiungere prima un compromesso sul debito pubblico (il cosiddetto sequester).

Washington. Capitol Hill, sede della Camera e del Senato Usa.

EQUILIBRI POLITICI RICONFERMATI. Nel frattempo gli americani sono tornati alle urne riconfermando, circa, lo stesso equilibrio di forze e lo stesso governo diviso del precedente biennio, con i democratici alla Casa Bianca e in maggioranza al Senato e i repubblicani al comando della Camera. E alla sempre più imminente minaccia del sequester, si sono venute a sommare anche una serie di altre scadenze che ora fanno temere il «precipizio fiscale», una nuova recessione frutto di eccessiva austerità.

GOP CONTRO LE TASSE SUI REDDITI PIÙ ELEVATI. Eppure, come criceti in gabbia, sembra di essere sempre al punto di partenza, con il nocciolo della questione che, come si sa, rimane l’assoluta opposizione dei deputati del Gop a un aumento delle aliquote fiscali sui redditi più alti (assieme ai tentennamenti dei democratici più moderati già preoccupati per le elezioni congressuali del 2014). Ma più si prolunga questo stato di incertezza, più gli effetti del precipizio fiscale si fanno sentire già da adesso, prima che diventi realtà e anche se Washington dovesse trovare, all’ultimo minuto, un modo per schivarlo.

UN PRECIPITARE DI SCADENZE. Per ricapitolare, oltre al calo drastico e automatico delle uscite del governo federale previsto dal «sequester», scadono tra la fine di quest’anno e l’inizio dell’anno prossimo i tagli alle tasse dell’era Bush, i sussidi di disoccupazione irrobustiti durante la recente crisi e la diminuzione temporanea delle tasse sul lavoro (payroll tax), anch’essa approvata per aiutare gli americani della classe media a far fronte alla recessione. Inoltre, il governo di Washington sta rapidamente raggiungendo il tetto di indebitamento pubblico, il che significa che il Congresso sarà presto chiamato a riautorizzarne un nuovo incremento (l’ostruzionismo repubblicano nell’estate del 2011 portò a un declassamento del debito americano da parte di Standard & Poor’s).

16 novembre 2012, Washington. Il presidente Barack Obama con lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner , e il segretario del Tesoro, Timothy Geithner. Obama ha posto le basi dell’ultimo round negoziale sul fiscal cliff. (Toby Jorrin/AFP/Getty Images)

NON BASTA RIFORMARE IL CODICE FISCALE. Certo, la riconferma del Presidente Barack Obama a un secondo mandato, la vittoria convincente del suo partito al Senato e la perdita, da parte dei repubblicani, di qualche seggio alla Camera, ha in parte cambiato i termini, e il tono, del dibattito sul debito. Una serie di repubblicani influenti, a partire dal Presidente della Camera John Bohener, si dicono ora disponibili ad affiancare ai tagli alla rete di sicurezza sociale da loro invocati anche una riforma del codice fiscale che faccia aumentare le entrate. Ma per gli esperti, questa panacea, l’idea repubblicana che basti eliminare qualche deduzione e esenzione per risolvere i problemi delle finanze a stelle e strisce, non sopravvive alla prova dei fatti. Una riforma del codice fiscale, concordano tutti, è necessaria, ma non sufficiente a rimettere in carreggiata il deficit.

LO STALLO DEI NEGOZIATI. In realtà, i negoziati sono impantanati già da tempo non solo per via dell’incapacità delle due parti di trovare un accordo su come chiudere il buco di bilancio. Se la riduzione del debito pubblico fosse davvero l’unico fine delle trattative in corso, la cosa più semplice da fare per tutti sarebbe di prendere la rincorsa e gettarsi a braccia aperte nel precipizio fiscale. Tale combinazione automatica di tagli alla spesa pubblica e aumento del carico fiscale sarebbe, infatti, il modo migliore per ridurre immediatamente il gap tra entrate e uscite federali. Sta di fatto che sarebbe però devastante a livello economico e potrebbe mettere fine alla leggera ripresa in corso negli Stati Uniti in questi mesi.

Prosegue su LetteraPolitica

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