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Asia, le mosse di Obama anti-Cina

21/11/2012

da Washington

Barack Obama all'arrivo in Birmania: alle sue spalle il segretario di Stato Hillary Clinton.(© Getty Images) Barack Obama all’arrivo in Birmania: alle sue spalle il segretario di Stato Hillary Clinton.

Si è concluso in Cambogia, sullo sfondo di rinnovate tensioni regionali sul Mare Cinese Meridionale, il soggiorno del presidente americano nel Sud Est asiatico.
Con questa breve, ma intensa quattro giorni di incontri bilaterali e multilaterali, Barack Obama – fresco di vittoria elettorale – ha voluto mandare un segnale forte e chiaro al mondo sulla direzione che intende prendere in politica estera durante il suo secondo mandato alla Casa Bianca.

USA PIVOT VERSO L’ASIA. Il viaggio, con tappe in Thailandia e, prima volta per un presidente americano, in Birmania e a Phnom Penh, ha riaffermato la volontà di Obama di proseguire sulla strada del cosiddetto «pivot verso l’Asia», il dirottamento di risorse politiche, militari e economiche dal Medio Oriente, che ha dominato il dibattito a Washington negli ultimi 12 anni, verso l’Estremo Oriente, per creare un asse pacifico, anche in chiave di contenimento della emergente potenza cinese.

PARTNERSHIP TRANS-PACIFIC. Molte le questioni sul tavolo, dalla creazione della Trans-Pacific Partnership, un’area di libero scambio che coinvolgerebbe una serie di attori regionali, inclusa la Thailandia, ma senza la Cina, alle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, che vedono Pechino opposta al Giappone, al Vietnam, alle Filippine, a Taiwan, al Brunei e alla Malaysia.
Gli Usa insistono per una risoluzione multilaterale della contesa, mentre la Cina preferisce un approccio bilaterale Paese per Paese.

Tappa in Birmania per il sostegno politico ed economico

Obama con il primo ministro dela Cambogia Hun Sen e il premier della Cina Wen Jiabao.(© Getty Images) Obama con il primo ministro dela Cambogia Hun Sen e il premier della Cina Wen Jiabao.

Naturalmente, per il presidente americano la tappa dal più alto valore simbolico è stata quella in Birmania, messa in programma da Washington per dimostrare il proprio sostegno politico ed economico alla lenta e delicata transizione verso la democrazia di un Paese a lungo controllato da un regime autoritario e profondamente isolato dal mondo.
Obama ha incontrato sia il presidente Thein Sein, ex membro della giunta militare ma che ha lanciato una serie importante di riforme dal proprio insediamento a marzo 2011, sia Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione a lungo agli arresti domiciliari e vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991.
Sull’onda del nuovo corso ha anche annunciato la riapertura in Myanmar della missione Usaid (l’agenzia americana per lo sviluppo).

PAESE NELL’ORBITA DELLA CINA. Anche sul breve soggiorno di Obama, nella capitale Yangon ha aleggiato, però, lo spettro della Cina.
Gli americani, infatti, sperano che il miglioramento delle proprie relazioni con una Birmania gradualmente più aperta e forse un giorno addirittura democratica liberi il Paese dalla stretta di Pechino e rinsaldi nella regione l’idea che governi autoritari e progresso economico non vanno necessariamente di pari passo.
Si tratta dell’ultimo (in ordine di tempo) tassello di una strategia di lungo periodo dell’amministrazione Obama, le cui fondamenta sono già state gettate nei mesi scorsi.

WASHINGTON CAMBIA ROTTA. Recentemente Washington ha addolcito le sanzioni economiche sulla Birmania, ha quasi del tutto abrogato il bando in vigore sugli import birmani in America e ha mandato un ambasciatore a Yangon, anche se continua a porre altre condizioni, in particolare sulla fine delle violenze etniche e religiose nella provincia occidentale di Rakhine, prima di procedere con il pieno ripristino delle relazioni tra i due Paesi. E mosse simili di avvicinamento si registrano in tutta la regione.

AMPLIAMENTO DELLA BASE DI GUAM. Da un anno, per esempio, i marine americani hanno cominciato a fare rotazioni regolari presso una base militare a Darwin, in Australia. Gli Stati Uniti stanno inoltre trattando con le Filippine per ampliare la presenza delle proprie forze nella ex colonia, mentre intensificano le relazioni militari anche con il Vietnam e la Nuova Zelanda. E la base navale americana di Guam nell’Oceano Pacifico, già oggi tra le più grandi al mondo, verrà ulteriormente ampliata entro il 2014.
Prima della partenza del presidente alla volta del Sud Est asiatico, il segretario alla Difesa Leon Panetta aveva infatti dichiarato: «Il riequilibrio degli Stati Uniti verso la regione dell’Asia pacifica è reale, sostenibile e continuerà per un lungo periodo di tempo».

Dietro l’azione strategica, le origini del presidente Obama

Obama con Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana.(© Getty Images) Obama con Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana.

Per Obama la rinnovata attenzione verso l’Estremo Oriente è il riflesso sia di un calcolo strategico sia della sua esperienza personale.
Autodefinitosi il primo presidente «pacifico» degli Stati Uniti, Obama è infatti nato alle Hawaii e ha trascorso parte della propria infanzia in Indonesia.
Ma anche se le prospettive per gli Stati Uniti in questa parte del mondo sono promettenti, e le ambizioni del presidente americano palesi, Washington non può permettersi di sottovalutare le complessità che percorrono la regione.

VERSO LA DIFFICILE TRANSIZIONE. A partire proprio dalla difficile transizione politica in Birmania. «Riconosco che si tratta solo dei primi passi in quello che sarà un viaggio lungo, ma siamo convinti che il processo di riforme democratiche ed economiche lanciato dal presidente può portare a enormi opportunità di sviluppo», ha dichiarato Obama a Yangon, segnalando al governo birmano che, nel lungo periodo, il sostegno degli Usa è subordinato al successo del processo di democratizzazione.

Prosegue su Lettera43

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