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Usa, i finanziatori del GOP fanno i conti

16/11/2012

Da Washington

A conti fatti, i ricchi conservatori che hanno provato a influenzare con i propri dollari il risultato delle elezioni americane di quest’anno avrebbero fatto meglio a non investire in American Crossroads, la Super PAC che fa capo a Karl Rove.

Karl Rove. (Frederick M. Brown/Getty Images)

INVESTIMENTI IN PERDITA. Secondo calcoli effettuati dallaSunlight Foundation, un’organizzazione non-profit che tiene traccia dei finanziamenti privati alla politica a stelle e strisce, gli oltre 100 milioni di dollari raccolti e spesi nell’ultima campagna elettorale da questo gruppo indipendente (sia nella corsa per la Casa Bianca sia in competizioni elettorali per Camera e Senato) hanno generato risultati positivi solo nell’1,3% dei casi. Non è andata molto meglio alla Chamber of Commerce, che dal proprio investimento di circa 33 milioni di dollari ha ricevuto un rendimento del 6,9%. E se l’è passata ancora peggio la National Rifle Association, i cui 12 milioni di dollari di contributi elettorali hanno dato frutti solo lo 0,8% delle volte.

BATOSTA PER I MILIARDARI REPUBBLICANI. In generale, in una tornata elettorale costata complessivamente circa 6 miliardi di dollari (di cui 1,3 miliardi provenienti dalle Super PAC), i repubblicani hanno seminato molto ma raccolto davvero poco, sconfitti nettamente alla Casa Bianca e al Senato e, seppur riconfermati in maggioranza alla Camera, privati anche di qualche deputato.
Tant’è che c’è già chi vede il voto del 6 novembre scorso come la prova inconfutabile che neanche gli ultra-ricchi possono comprarsi la Casa Bianca, nonostante la sentenza della Corte Suprema nel caso Citizens United vs. Federal Election Commission che, nel 2010, ha liberalizzato il regime di finanziamenti alla politicaaprendo la porta a una valanga di donazioni milionarie. A spoglio delle schede terminato, il consigliere del Presidente Barack Obama David Axelrod, ad esempio, ha subito definito «incoraggiante» il fatto che la potenza di fuoco dei conservatori sia finita quest’anno in un nulla di fatto.

FONDI, OBAMA HA SUPERATO ROMNEY. I democratici americani che si lasciano convincere da questa argomentazione però peccano di eccessivo ottimismo e ingenuità. Innanzitutto, non si può ignorare che il presidente non ha conquistato la rielezione a dispetto dei finanziamenti privati alla politica ma grazie a essi. La sua campagna ha, infatti, raccolto più soldi di quella del rivale repubblicano Mitt Romney. Sempre secondo le stime della Sunlight Foundation, Obama ha messo assieme circa 645 milioni di dollari e ne ha spesi approssimativamente 553 milioni, mentre l’ex governatore del Massachusetts ne ha intascati circa 413 milioni e sborsati 360 milioni (questi numeri che non comprendono l’ammontare riscosso dai partiti).

MA WALL STRETT HA VOTATO E FINANZIATO ROMNEY. In secondo luogo è importante rilevare che il presidente ha battuto Romney nella raccolta fondi grazie a un numero record di donazioni fatte dagli elettori «medi», ovvero non i miliardari di Wall Street che invece hanno sostenuto palesemente la candidatura dello sfidante repubblicano. Questo significa che, in un futuro prossimo, un democratico meno amato personalmente di quanto sia Obama oggi — un’eventualità per altro non difficile da immaginare — rischia di essere sepolto vivo dai soldi repubblicani.

SFIDA TRA SUPER PAC VINTA DAI REPUBBLICANI. Basta guardare alle differenti performance delle due Super PAC schierate nella lotta per la Casa Bianca (e che non erano sottoposte agli stessi limiti di 2 mila 500 dollari per finanziatore che si applicano ai candidati): il gruppo indipendente che sosteneva Romney, Restore our Future, ha ricevuto contributi per 143 milioni di dollari, mentre Priorities USA, nato per difendere Obama, ne ha incassati 66 milioni di dollari, meno della metà.

Prosegue su LetteraPolitica

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