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Usa, la frattura repubblicana

14/11/2012

Da Washington

Non ancora ripresisi del tutto dallo shock della sconfitta nelle elezioni della settimana scorsa, che proprio non si aspettavano, i repubblicani stanno rimettendo assieme i pezzi di un anno per loro cominciato pieno di promesse ma finito poi in un mucchio di sogni infranti. Diventa fondamentale ora capire dove hanno sbagliato e cosa possono fare per correggere la rotta in vista delle elezioni di medio termine del 2014 e, soprattutto, delle presidenziali del 2016. E si sentono già i primi echi di un dibattito interno al partito che è destinato a continuare a lungo.

DAL TEA PARTY LE ACCUSE DI MODERAZIONE. Esiste naturalmente un’ala del Grand old party, quella ultra conservatrice dominata dalla destra religiosa e dal movimento anti-fiscale e anti-governativo del Tea Party, che insiste su una strategia di purezza ideologica e che attribuisce al passato eccessivamente moderato di Mitt Romney le cause della sconfitta. Dopo tutto, sostengono costoro, la Camera dell’ostruzionismo a tutti costi è rimasta a maggioranza repubblicana (anche se va detto che i democratici hanno preso complessivamente più voti).

Washington, Capitol Hill.

L’ESTABLISHMENT GOP CONTRO GLI ESTREMISTI. Soprattutto, però, in questi primi giorni post-elettorali, il coro di voci più rumoroso è quello dell’establishment, politici ma soprattutto commentatori stanchi di dover contendere con una base di estremisti fuori controllo. Per costoro, sono state le affermazioni offensive sull’aborto di personaggi come Richard Mourdock, candidato in Indiana, e Todd Akin, candidato in Missouri, a costare al Gop il Senato ed è stata la virata a destra di Romney nelle primarie di partito, quando il moderato ex governatore del Massachusetts si è trasformato in un radicale per competere con rivali del calibro di Michele Bachmann, Rick Perry e Rick Santorum, a renderlo inappetibile per l’elettorato nazionale.

FISCAL CLIFF, PRIMO BANCO DI PROVA. Il primo terreno di scontro per queste due fazioni interne al Gop e sempre più ostili l’una verso l’altra è quello fiscale. Il Congresso lame-duck, ovvero quello eletto nel 2010, deve decidere, prima di andarsene a fine dicembre, come procedere sulla questione del «precipizio fiscale», o fiscal cliff, la combinazione di tagli alla spesa pubblica e aumento delle tasse che entrerà in vigore all’inizio dell’anno prossimo a meno che democratici e repubblicani non si accordino su come chiudere il buco di bilancio.

Bill Kristol.

AUMENTO TASSE, S’INCRINA IL NO REPUBBLICANO. Il Presidente Barack Obama e i rappresentanti del suo partito alla Camera e al Senato sembrano per ora determinati a procedere solo con un compromesso su entrate e uscite che comprenda, oltre a una riduzione della spesa, anche un incremento del carico fiscale sugli americani abbienti, in particolare chi guadagna oltre 250 mila dollari l’anno.
Ormai da anni i repubblicani si oppongono strenuamente all’idea di alzare le aliquote sul reddito, nonostante queste siano oggi su livelli storicamente molto bassi. Eppure, dopo la disfatta in questo ciclo elettorale 2012, si cominciano a intravedere le prime importanti incrinature in quella che era stata fino ad ora una facciata compatta. Ospite diFox News nel weekend, persino Bill Kristol, direttore della rivista conservatrice The Weekly Standard, ha dichiarato: «Non è che il Paese muore se i repubblicani acconsentono a aumentare le tasse sui milionari, non penso proprio».

7 novembre 2012, Washington. Lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner ha chiesto al presidente Obama di collaborare con i repubblicani alla Camera per evitare il fiscal cliff. (Brendan Hoffman/Getty Images)

LA PARTITA SI GIOCA ALLA CAMERA. Ma la chiave di volta, naturalmente, è la Camera, dove il Gop continua a mantenere una maggioranza netta e dove gli esponenti della corrente ideologica legata al Tea Party sono più numerosi. Il giorno dopo le elezioni, il Presidente John Boehner, che lotta da due anni con l’insorgenza anti-fiscale e ha provato già una volta, ma senza successo, a convincerla a accordarsi con i democratici sul deficit, ha dichiarato di essere disponibile a discutere di una crescita delle entrate, non però attraverso l’innalzamento delle aliquote ma solo attraverso l’eliminazione di una serie di deduzioni e esenzioni previste oggi dal codice fiscale e ormai largamente abusate da un gran numero di americani ricchi.
Un’apertura sì ma modesta, che difficilmente soddisferà i democratici da sola. Su questa posizione sembrano, però, schierati anche gli altri repubblicani pragmatici alla Camera (di veri moderati non ce ne sono più) mentre, in generale, continua a persistere all’interno di questo gruppo parlamentare il tabù dell’aumento delle aliquote.

Prosegue su LetteraPolitica

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