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Obama, altri quattro anni

07/11/2012

Da Washington

6 novembre 2012, Chicago. Obama saluta la folla entusiasta per la sua rielezione. (Chip Somodevilla/Getty Images)

Nel tanto atteso voto americano, il Presidente Barack Obama ha agguantato risolutamente il secondo mandato con vittorie in tutto il Paese, confermando la forza della propria macchina organizzativa a partire dagli stati cruciali di Virginia, New Hampshire, Ohio, Wisconsin, Iowa, Colorado e Nevada (mentre scriviamo lo spoglio delle schede non è terminato in Florida e la partita qui è considerata ancora aperta).
Un risultato che ha superato le attese e avvalorato le anticipazioni dei sondaggi, che, come per altro succede ad ogni tornata elettorale, erano state recentemente messe in dubbio dalla parte lesa, in questo caso i repubblicani.

OBAMA VINCE ANCHE IL VOTO POPOLARE. Non si è materializzata nemmeno la tanto temuta sconfitta nel voto popolare (e quindi lo spettro di una riedizione, a ruoli invertiti, della sfida tra George W. Bush e Al Gore del 2000). La notizia della vittoria di Obama è arrivata forte e chiara e è risuonata in particolare nella notte della capitale Washington DC, dove tantissima gente è scesa per strada e si è diretta verso la Casa Bianca per festeggiare. (I risultati su Lettera43)

7 novembre 2012, Washington. La festa dei sostenitori democratici davanti alla Casa Bianca. (Mladen Antonov/AFP/Getty Images)

WASHINGTON E IL CONFRONTO CON IL 2008. Per i democratici (e Washington è una città al 90% democratica) questa elezione 2012 è stata molto sofferta e, forse, addirittura più importante di quella storica di quattro anni fa. L’allora senatore dell’Illinois era un politico emergente pieno di speranze e promesse, che entusiasmava le folle e fu visto dagli elettori come una scommessa rischiosa ma opportuna in un momento particolarmente difficile della storia americana (nell’autunno del 2008, va ricordato, l’economia a stelle e strisce viaggiava al ritmo di 800 mila posti di lavoro persi al mese).

SUCCESSI E CRITICITÀ DEL PRIMO MANDATO. Quest’anno invece Obama è arrivato al voto da presidente in carica, avendo ottenuto, negli ultimi quattro anni, l’approvazione della riforma sanitaria (per i democratici il successo legislativo più clamoroso degli ultimi cinquant’anni), della riforma finanziaria, del salvataggio dell’industria automobilistica e del pacchetto di stimolo economico. Ma avendo anche presieduto a un ulteriore aumento del debito pubblico e con un’economia a dir poco traballante, avendo subito una dura sconfitta nelle elezioni di medio termine del 2010, e avendo poi dovuto contendere con una maggioranza repubblicana alla Camera furiosamente opposta alla sua agenda legislativa.

6 novembre 2012, Chicago. Obama con la famiglia sul palco del McCormick Place dove ha tenuto il suo discorso dopo la vittoria. (Win McNamee/Getty Images)

4 ANNI PER COMPLETARE IL LAVORO. Da personaggio della fantasia, quindi, Obama si è trasformato gradualmente in politico in carne e ossa, con pregi e difetti e soprattutto tutt’altro che invincibile. Insomma, se nel 2008 Obama aveva avuto tutto da guadagnare, nel 2012, più brizzolato e sicuramente anche più stanco, il presidente aveva tutto da perdere, inclusa la propria eredità politica (nessuno vuole essere paragonato a Jimmy Carter).Obamacare e la legge Dodd-Frank sulla regolazione delle istituzioni finanziarie, infatti, non sono ancora entrate in vigore completamente. Un’eventuale vittoria repubblicana il 6 novembre ne avrebbe quindi minacciato la sopravvivenza, mentre un secondo mandato di Obama alla Casa Bianca garantisce quasi certamente che diventeranno parte integrante del sistema di governo e, in tutta probabilità, il lascito più significativo di questo presidente.

UNA DURA SCONFITTA PER L’AMBIZIOSO ROMNEY. Per lo sfidante repubblicano Mitt Romney, si è trattata di una sconfitta dura da digerire. Dopo aver perso le primarie repubblicane del 2008, e ancora rancoroso per la sconfitta del padre George in quelle del lontano 1968, l’ambizioso ex governatore del Massachusetts appenderà ora le scarpe elettorali al chiodo. Ma non c’è dubbio che Romney abbia mancato un’occasione ghiotta di battere un presidente in carica, impresa generalmente molto ardua, che sembrava sotto assedio da tutti i lati.

Prosegue su LetteraPolitica

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