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Obama, campagna elettorale all’Onu

27/09/2012

Da Washington
Con un occhio fermamente puntato sulla campagna elettorale per la Casa Bianca e davanti a una platea di leader mondiali per la verità piuttosto fredda, il presidente Barack Obama ha fatto il proprio ultimo discorso, per il momento, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York (UNGA). La retorica altisonante del suo intervento, per quanto efficace a livello epidermico, non è riuscita del tutto a celare una sostanziale mancanza di nuovi contenuti.

25 settembre 2012, New York. Il presidente Barack Obama durante il suo discorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. (John Moore/Getty Images)

APPASSIONATA DIFESA DEL DIRITTO DI PAROLA. Il punto forte del discorso di Obama è stato senz’altro la sua vigorosa difesa del diritto di parola in America, anche per forme di espressione considerate sgradevoli e offensive. «Gli americani hanno combattuto e sono morti in tutto il mondo per proteggere il diritto della gente a manifestare le proprie opinioni, anche se sono opinioni con cui siamo in profondo disaccordo» ha dichiarato il presidente.

«LA VIOLENZA INSENSATA NON È MAI GIUSTIFICABILE». Il riferimento è ovviamente al film anti-Islam prodotto negli Stati Uniti che ha suscitato un’ondata di proteste in Africa settentrionale e in Medio Oriente nelle ultime settimane e ha portato, anche se indirettamente, all’uccisione dell’Ambasciatore americano in Libia Chris Stevens. «Ora, so bene che non tutti i Paesi membri di questa istituzione condividono lo stesso approccio alla protezione del diritto di parola […] ma dobbiamo essere d’accordo sul fatto che non c’è forma di espressione che possa giustificare della violenza insensata», ha aggiunto Obama.

«LA PRIMAVAERA ARABA DEVE PROSEGUIRE SU UNA VIA PACIFICA». Pur elogiando le transizioni politiche in corso nei Paesi della primavera araba, e notando che questo genere estremo di intransigenza religiosa appartiene solo a una piccola minoranza di cittadini del mondo musulmano, il presidente non ha però mancato di evidenziare che il percorso di questa regione verso la democrazia è ancora lungo e tortuoso e che i leader dei Paesi coinvolti devono impegnarsi di più affinché la trasformazione prosegua in maniera pacifica e dialettica. Una presa di posizione risoluta e combattiva da parte di Obama, e un modo come un altro di rivolgersi a un’audience internazionale e simultaneamente rispondere alle critiche dei repubblicani, che lo hanno a lungo accusato di essere eccessivamente timido in fatto di relazioni internazionali, di avere la tendenza a «chiedere scusa» per gli Stati Uniti e di aver così pericolosamente minato l’influenza americana nel mondo.

I TRE FRONTI USA IN MEDIO ORIENTE.
 Per il resto, il presidente ha riaffermato l’impegno degli Usa per una soluzione a due stati del conflitto israeliano-palestinese, il desiderio di veder soppiantato il regime di Bashar Assad in Siria e la volontà di impedire, con mezzi diplomatici ma senza escludere altre opzioni, che il programma nucleare iraniano per l’energia civile si trasformi invece in un progetto militare.

RISULTATI INSODDISFACENTI. Tre punti, questi, che costituiscono già da tempo il nocciolo della politica estera di Washington, ma che non stanno avendo nessun riscontro a livello pratico e, dati gli attuali equilibri internazionali, non fanno sperare gran ché neanche per il futuro. Rispetto all’Iran, ad esempio, è importante tenere a mente che il fervore nazional-populista di Teheran è destinato a aumentare nei prossimi mesi, mentre  il Paese si prepara alle elezioni presidenziali del 2013.

Prosegue su LetteraPolitica

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