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Barack, lo spettro di Carter

13/09/2012

Barack Obama, presidente degli Stati Uniti.

(© Getty) Barack Obama, presidente degli Stati Uniti.

da Washington

In una campagna elettorale fin qui dominata da temi di natura economica, la politica estera è tornata prepotentemente sotto la luce dei riflettori dopo l’attacco di martedì 11 settembre al consolato Usa di Bengasi in Libia – in cui sono rimasti uccisi l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani – e l’assedio dell’ambasciata al Cairo, in Egitto, e a Sanaa, in Yemen.

PASSAGGIO DELICATO PER OBAMA.Si tratta di un passaggio delicato per il presidente Barack Obama. Il premier si è a lungo vantato che nella rivoluzione libica, e nel calibrato intervento americano e internazionale che ha deposto Muammar Gheddafi nel 2011, non avesse perso la vita nessun cittadino statunitense.
E conferma che – dopo quattro anni in cui la Casa Bianca ha concluso l’impegno militare in Iraq, ha cominciato a portare a termine quello in Afghanistan e ha tentato di migliorare le relazioni con i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, lacerate dall’amministrazione Bush – gli americani continuano a avere grandi difficoltà in questa regione, di cui faticano a leggere le complesse dinamiche politiche, economiche, sociali e religiose.

CENTRALITÀ DELLA POLITICA ESTERA. Naturalmente, la centralità della politica estera nei due mesi di campagna elettorale fino al voto del 6 novembre potrebbe essere ulteriormente riaffermata se non verrà messo un freno al continuo intensificarsi delle tensioni tra Israele e Iran e, paradossalmente, tra Israele e Stati Uniti.
Mentre Teheran procede con il proprio programma nucleare (secondo le più recenti informazioni rilasciate dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite), e il governo conservatore israeliano preme per un attacco aereo (si parla addirittura di ottobre come del mese prescelto), le relazioni tra Obama e il primo ministro Benjamin Netanyahu, da sempre gelide, peggiorano sempre più.

L’incubo di Obama: ripetere il fallimento di Carter nelle elezioni del 1980

L'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter.(© Getty) L’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter.

Proprio mercoledì 12 settembre, mentre le rappresentanze diplomatiche americane di Bengasi e Cairo erano sotto attacco,Obama e Netanyahu hanno passato un’ora al telefono dopo l’ennesimo battibecco.
Sembra che gli israeliani avessero cercato di organizzare un incontro tra i due durante la riunione dell’Assemblea generale dell’Onu fissata per fine settembre a New York, proposta declinata dalla Casa Bianca per ragioni di agenda.
La sequenza di questi ultimi sviluppi e la loro distribuzione geografica hanno ridestato in Obama uno degli incubi di questo ciclo elettorale: la possibilità di ripetere il tracollo di Jimmy Carter nelle elezioni del 1980.

STEVENS COME DUBS. L’ultimo ambasciatore americano ucciso in servizio attivo fu Adolph Dubs a Kabul nel febbraio 1979, il terzo anno del primo mandato presidenziale di Carter e pochi mesi prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.
Sempre nel 1979, a dicembre, Gheddafi incitò la folla a assalire l’Ambasciata Usa a Tripoli. E, ovviamente, risale al novembre del 1979 anche l’inizio della crisi degli ostaggi all’ambasciata di Teheran, che contribuì pesantemente alla sconfitta di Carter per mano di Ronald Reagan.
In questo momento cruciale della campagna elettorale, quindi, Obama deve apparire forte e risoluto di fronte al proprio elettorato, pur mantenendo il controllo di una situazione mediorientale che assomiglia sempre più a una bomba a orologeria.

La paura di Romney: di fronte alla minaccia esterna, americani più vicini al presidente

Mitt Romney.(© Ansa) Mitt Romney.

Come prevedibile, i repubblicani si sono già lanciati nell’assalto del presidente, criticando le dichiarazioni rilasciate dall’ambasciata americana in Egitto prima dell’assedio – peraltro non approvate dalla Casa Bianca – in cui i diplomatici Usa chiedevano scusa per il film anti-Islam che ha acceso le proteste.
Ma la difficile situazione in Nord Africa e Medio Oriente è terreno minato anche per il Gran old party e per il candidato repubblicano Mitt Romney.
Tradizionalmente, quando gli Stati Uniti sono in guerra o, in generale, gli americani si sentono minacciati a livello internazionale, l’elettorato a stelle e strisce tende a compattarsi a sostegno del presidente in carica, chiunque egli sia (basti pensare al voto del 2004, quando un poco amato George W. Bush fu rieletto a un secondo mandato).

Prosegue su Lettera43

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