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Usa, battaglia all’ultimo voto

31/07/2012

Da Washington
In America, la battaglia per il conteggio delle schede è già cominciata, a oltre tre mesi dalle elezioni presidenziali del 4 novembre. I protagonisti di questo scontro, che potrebbe privare più di cinque milioni di elettori del diritto di voto, sono, da un lato, le assemblee a maggioranza repubblicana di alcuni stati considerati cruciali e, dall’altro, gli attivisti democratici. A fare da giudici saranno, nei prossimi mesi, il dipartimento della Giustizia di Washington e i tribunali.

IL CITTADINO DEVE ISCRIVERSI NELLE LISTE ELETTORALI. Al centro della questione è l’insolito sistema elettorale americano, che, tra le altre cose, non prevede la registrazione automatica di tutti i cittadini maggiori di diciotto anni alle liste elettorali, ma richiede invece che gli aventi diritto si occupino personalmente di iscriversi. D’altra parte, una volta in lista, gli elettori americani hanno, almeno tradizionalmente, vita più facile dei colleghi europei. È usanza, infatti, che, anche a seconda del luogo di residenza e delle leggi in vigore a livello locale, ci si possa recare al seggio muniti di ogni genere di documento che comprovi la propria d’identità, ufficiale o meno, con o senza fotografia. In alcuni casi, non c’è bisogno di portare proprio nulla.

Una serie di stati americani, soprattutto quelli governati da maggioranze repubblicane, vogliono obbligare gli elettori a mostrare una carta d’identità statale o federale prima di poter votare.

LE MOSSE RESTRITTIVE DEI REPUBBLICANI. Da qualche tempo però, sostenendo di voler ridurre il rischio di frodi elettorali, i repubblicani che sono in maggioranza in una serie di assemblee statali e locali si stanno battendo per irrigidire la legge. Ad esempio obbligando gli elettori a presentarsi alle urne con tanto di carta di identità rilasciata ufficialmente da autorità statali o federali. Simultaneamente, il movimento anti-frode sta anche cercando di restringere l’accesso al voto anticipato, riducendo i giorni e le ore in cui i seggi rimangono aperti prima delle elezioni.
Sul primo fronte si sono mossi i parlamenti statali di Pennsylvania, Virginia, New Hampshire e Wisconsin. In Florida e Ohio, invece, i politici conservatori si sono accaniti contro le sessioni di voto anticipato (altri stati che hanno implementato leggi simili, ma che non sono considerati altrettanto importanti per il risultato di novembre sono Georgia, Indiana, Kansas e Tennessee).

LA DENUNCIA DEI DEMOCRATICI. Per la destra americana, dunque, questi sono tentativi di proteggere la legittimità del sistema elettorale facendo rispettare il principio secondo cui solo gli aventi diritto possono votare, e una volta sola a testa. I democratici e, in generale, il mondo dell’attivismo di area progressista, intravedono invece in queste mosse legislative una vera e propria strategia discriminatoria nei confronti di categorie di elettori che, guarda caso, tendono a votare a sinistra.

LA DISCRIMINAZIONE VERSO MINORANZE E I MENO ABBIENTI. Sono, infatti, le minoranze etniche, gli anziani e i poveri che risentiranno particolarmente di queste nuove barriere amministrative al voto. Per ragioni economiche, di lingua e di salute, costoro incontrano difficoltà maggiori a recarsi negli uffici pubblici a compilare i moduli e a pagare le tasse necessarie per il rilascio di una carta d’identità. Per non parlare poi del fatto che il voto anticipato facilita proprio la partecipazione elettorale degli americani meno abbienti, i quali, lavorando spesso ben oltre le otto ore canoniche, magari dividendosi fra più occupazioni, non sono sempre in grado di recarsi alle urne nel martedì designato.

Prosegue su LetteraPolitica

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