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Ambasciatore italiano in Afghanistan: «Dieci anni per cambiare Kabul»

18/05/2012

Caffè America è rientrato negli Stati Uniti dopo una ventina di giorni all’estero, di cui due settimane passate a Kabul, Afghanistan. Prima di ritornare su vicende prettamente americane, vi rimando però a un’intervista fatta la settimana scorsa con Luciano Pezzotti, Ambasciatore italiano a Kabul, e pubblicata originariamente su Lettera43.

Luciano Pezzotti, Ambasciatore italiano a Kabul

Luciano Pezzotti, Ambasciatore italiano a Kabul

«La comunità internazionale non abbandonerà la nazione dopo il 2014», ha spiegato in questa intervista a Lettera43.it l’ambasciatore italiano a Kabul Luciano Pezzotti, arrivato nel Paese a gennaio 2012 dopo una lunga carriera in Medio Oriente.

DOMANDA. Che aspettative avete per il 2014?
RISPOSTA.
 Nel 2014 è prevista la fine della fase di combattimento, ma resteranno comunque alcune truppe, anche se in numero minore e con compiti diversi.
E ci sarà un coinvolgimento politico internazionale mirato a stabilizzare la società civile in vista della decade della trasformazione, dal 2014 al 2024. Ma bisogna dare agli afghani una chance di costruire il proprio Paese, dopo aver raggiunto condizioni minime di stabilità e averli messi nella posizione di poter difendere se stessi.
D. L’Italia che ruolo ha in questo progetto?
R. L’accordo che abbiamo sottoscritto è come un grande spazio che va riempito di contenuti, cioè accordi di cooperazione settoriali, per esempio sullo sviluppo, culturale e militare. Ma l’Italia ha una grande responsabilità. L’opinione pubblica afghana ha un grande affetto per noi, visto che abbiamo ospitato ben due re, Amanullah e Zahir Shah. Siamo un Paese amico: non dimentichiamo che Zahir Shah tornò nel 2002 accompagnato dall’allora sottosegretario Margherita Boniver. E che il passaggio di consegne virtuali tra il re e il presidente Hamid Karzai avvenne a Roma. Non c’è soltanto l’America, insomma.
D. Ma gli Usa fanno pressione sugli alleati per una maggiore partecipazione?
R. No, la condivisione degli oneri c’è sempre stata. È chiaro che ognuno ha responsabilità diverse e gli americani sono i maggiori ‘azionisti’ sotto ogni punto di vista.

Per continuare a leggere su Lettera43, cliccate su questo link.

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