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A Kabul, vite precarie

04/05/2012

Un primo reportage da Kabul, pubblicato oggi su Lettera 43:

Un venditore ambulante di occhiali da sole contraffatti a Kabul, AfghanistanWatanwal è analfabeta e senza cognome. Ha 25 anni ma il suo viso è già solcato da rughe e la testa mostra i primi capelli bianchi. È arrivato a Kabul cinque anni fa dalla provincia di Laghman, a Est della capitale, per vendere occhiali da sole contraffatti in Pakistan.
All’alba di mercoledì 2 maggio, Watanwal aveva appena preso posto nell’angolo in cui lavora, sul marciapiede di una delle strade più trafficate della zona commerciale Shahr-e-Naw (in dari ‘città nuova’) quando, poco dopo le sei, lo ha raggiunto la notizia che dei combattenti talebani si erano fatti esplodere davanti a un complesso residenziale per lavoratori stranieri, il Green Village, nella periferia orientale della città.
Solo una telefonata lo ha rassicurato che la moglie e i figli, di due e tre anni, erano sani e salvi a casa, proprio nelle vicinanze del Green Village. «Naturalmente ho paura ad andare in giro», ci dice Watanwal con aria rassegnata, «ma che cosa posso fare? Devo pur sempre guadagnarmi da vivere».
Nello stesso tempo fatalista e determinato, il giovane riassume così in una frase le contraddizioni della vita quotidiana in questa città tormentata da guerra e violenza ormai da decenni.
Un misto di promesse mancate, speranze deluse e pazienza infinita. La stessa che riaffiora adesso, dopo la visita del presidente americano Barack Obama e l’ennesimo attentato talebano, in cui sono morti sei civili.

Per continuare a leggere, potete cliccare a questo link.

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