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Una ripresa economica per pochi eletti

17/04/2012

Un lavoratore dell'industria automobilistica di DetroitLe prospettive economiche negli Stati Uniti sono oggi più incoraggianti che in Europa. Nonostante segnali talvolta contraddittori, l’economia a stelle e strisce parrebbe avviata verso una ripresa, per quanto limitata e soprattutto molto lenta. Si tratta, però, di una ripresa che non è per tutti.

Da un lato, le grandi corporation americane stanno riemergendo dalla recessione più efficienti, più produttive e più redditizie che mai.

Un’analisi del Wall Street Journal mostra che, nel 2011, la performance delle compagnie che fanno parte dell’indice Standard & Poor’s 500 ha superato i livelli del 2007, ovvero pre-recessione. Si tratta di un obbiettivo raggiunto grazie a tagli profondi effettuati negli anni della crisi e all’enorme cautela adoperata anche durante i primi mesi della ripresa. Il risultato è che le aziende americane oggi riescono a produrre di più con meno risorse. Sempre il Wall Street Journal calcola che, nel 2011, le compagnie dell’S&P 500 hanno generato una media di 420 mila dollari di reddito per dipendente mentre nel 2007 l’ammontare prodotto da ogni lavoratore si aggirava sui 378 mila dollari.

Naturalmente, questo genere di evoluzione e la maggior efficienza che ne consegue si riflette in minori assunzioni. E, infatti, il mercato del lavoro continua a avere problemi nonostante la ripresa. Degli 1,1 milioni posti di lavoro creati dalle grandi corporation americane a partire dal 2007, un gran numero si trova all’estero e non ha alcuno effetto sul tasso di disoccupazione negli Stati Uniti.

Fra l’altro, un rapporto di Bloomberg stima che il 70% dei nuovi posti di lavoro che si sono venuti a creare anche in America negli ultimi sei mesi si trova in settori caratterizzati da stipendi bassi, come ad esempio la ristorazione, la vendita al dettaglio, e altre professionalità gestite tipicamente attraverso agenzie di lavoro temporaneo. Inoltre, nel settore manifatturiero, dove sono parzialmente ricominciate le assunzioni, la paga che ricevono gli operai è in continuo calo. Nell’industria automobilistica del midwest, ad esempio, dove il salvataggio delle “tre grandi” GM, Ford e Chrysler ha voluto dire anche l’annullamento di contratti sindacali e relativi benefit, i lavoratori che sono stati assunti negli ultimi due anni guadagnano 15 dollari all’ora, contro i 28 dollari che gli sarebbero spettati in passato.

Questi dati ci fanno capire quanto la struttura economica americana stia cambiando, in maniera probabilmente irreversibile e che sicuramente non avvantaggia i lavoratori meno qualificati. C’è addirittura chi prevede (in questo caso Tyler Cowen, nuova stella del firmamento accademico americano, un economista libertario molto in voga che insegna al Mercatus Center di George Mason University fuori Washington DC) che gli Stati Uniti torneranno a brillare nel settore delle esportazioni, dopo aver importato il mondo dalla Cina, grazie, tra le altre cose, al fatto che i salari sono in aumento anche nei paesi emergenti e che, ad ogni modo, le nuove tecnologie, svuotando le fabbriche di operai, rendono il costo del lavoro irrilevante nelle decisioni produttive di un’azienda multinazionale.

Questo è, forse, uno sviluppo positivo per il futuro della bilancia commerciale americana e del debito pubblico. Anche Cowen ammette, però, che significherà probabilmente un futuro meno roseo per i lavoratori americani.

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