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La Buffett Rule e Romney il milionario

11/04/2012

La Buffett Rule e Romney il milionarioOra che, con l’uscita di scena di Rick Santorum, la corsa per la Casa Bianca si è trasformata quasi ufficialmente in un affare a due tra il Presidente Barack Obama e Mitt Romney (non dobbiamo dimenticare però che Newt Gingrich e Ron Paul sono ancora in gara), la questione della riforma del codice fiscale e il dibattito sulla presunta equità, o meno, dei livelli di tassazione in America tornano immediatamente sotto la luce dei riflettori. In particolare a causa delle resistenze di Romney a rendere pubbliche le proprie dichiarazioni dei redditi per gli anni passati e a causa del sospetto che, multi-milionario com’è, l’ex Governatore del Massachusetts faccia parte di quella elite di americani che, per vie pur tutte legali, pagano aliquote sui propri redditi inferiori a quelle delle proprie segretarie.

Il Presidente Obama sta rilanciando così la campagna democratica in favore della “Buffett rule”, dal nome del finanziere miliardario Warren Buffett che, l’estate scorsa, ha provocato grande clamore dichiarando di pagare, in percentuale, meno tasse della propria segretaria appunto. La regola Buffett imporrebbe a tutti i contribuenti che guadagnano più di un milione di dollari l’anno di versare almeno il 30% di tasse federali sul proprio reddito.

Dato il Congresso a maggioranza repubblicana, la “Buffett rule” non ha nessuna chance di essere approvata prima delle elezioni di novembre. Si tratta quindi, da parte del presidente, di una mossa squisitamente elettorale, che mira in particolare a mobilitare la propria base. In un anno in cui Obama deve scontrarsi per la Casa Bianca con Romney, questa mossa politica ha valore non solo di attacco contro i rivali repubblicani, ma in particolare proprio contro lo sfidante per la presidenza.

Romney, infatti, che deve la maggior parte dei propri ricchi redditi alla rendita di investimenti fatti anni fa quando lavorava per Bain Capital, ha prima ritardato il più possibile la pubblicazione dell’ultima dichiarazione dei redditi disponibile (quella del 2010), attirandosi le critiche anche dei rivali repubblicani per la nomination di partito, e ha poi dichiarato di non aver intenzione di mostrarne altre agli elettori (il Presidente Obama, ad esempio, rilasciò nel 2008 le ultime otto dichiarazioni).

Infine, Romney, probabilmente sempre nel rispetto delle regole etiche imposte dal sistema politico americano sui candidati, ma senza offrire nulla di più del minimo richiesto, sta nascondendo l’esatta composizione dei propri investimenti, che includono anche conti esteri e azioni di aziende che, ad esempio, hanno licenziato negli Stati Uniti per poi assumere in paesi emergenti dove il costo del lavoro è minore (naturalmente questo tipo di movimenti non sono illegali, ma potrebbero costare caro a Romney a livello elettorale, in un’America ancora influenzata dai problemi e dalle paure scatenate dall’ultima recessione).

Si tratta, potenzialmente, di un punto debole nell’immagine da perfezionista, quasi da robot, propagandata dalla campagna di Romney. E quindi bisogna attendersi che il Presidente Obama e il suo team cercheranno di sfruttarlo a proprio favore.

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