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Obama sull’energia, una politica del “tutto fa brodo”

23/03/2012

Dopo un paio di mesi che hanno portato al Presidente Barack Obama buone notizie sul fronte dell’economia (in particolare in tema di occupazione), e che parevano averne incrementato le chance di vittoria nelle elezioni generali di novembre, l’improvviso aumento del prezzo della benzina delle ultime settimane è tornato a minacciarne la posizione. Il Presidente, però, non ha perso tempo e è andato prontamente al contrattacco.

Ultimamente il prezzo media della benzina negli Stati Uniti ha toccato quota $3,87 al gallone (appena oltre il dollaro al litro), il livello più alto mai registrato nel mese di marzo. E si prevede che questa tendenza continuerà nei prossimi mesi, con l’approssimarsi della stagione estiva (in cui gli americani guidano di più e quando, di conseguenza, la domanda interna aumenta), ma anche per via di fattori esterni come la pressione che arriva da paesi emergenti come India e Cina e dalla tesa situazione in Medio Oriente, in particolare in Iran.

Di conseguenza, sta tornando a crescere di nuovo l’insoddisfazione degli elettori a stelle e strisce e il coro di critiche sul lavoro di Obama, anche se gli esperti sono d’accordo sul fatto che il presidente ha poteri molto limitati quando si tratta di intervenire sul prezzo della benzina. Un sondaggio Washington Post/ABC News pubblicato questo mese ha rilevato che il 65% degli intervistati disapprovano della performance di Obama per quanto riguarda questa questione.

Per rispondere agli attacchi e mostrarsi perlomeno interessato alla vicenda e pronto a agire per risolvere il problema, il presidente ha appena completato una due-giorni che lo ha portato in quattro stati dell’Unione (Nevada, New Mexico, Oklahoma e Ohio), per difendere la propria politica energetica, nota come “all of the above”, ovvero pensata per sfruttare tutte le fonti di energia a disposizione. Non sorprende, naturalmente, che la scelta degli stati visitati (a parte forse l’Oklahoma) corrisponda anche alla mappa degli swing state che potrebbero decidere le elezioni.

Obama ha visitato una fabbrica di panelli solari a Boulder City in Nevada, un’area di pozzi petroliferi vicino Carlsbad in New Mexico, la cittadina di Cushion, in Oklahoma, crocevia di condutture per il trasporto della benzina (dove ha detto che l’Ammnistrazione è pronta a dare massima priorità alla costruzione della metà meridionale, dall’Oklahoma al Golfo del Messico, dell’oleodotto Keystone XL, di cui, per ora, ha sospeso i lavori sul tratto settentrionale, verso il Canada, per motivi ambientali). Infine il presidente si è recato a Columbus, per tenere un discorso all’università di Ohio State, sede di alcuni laboratori avanzati per la ricerca sulle batterie elettriche per le autovetture.

“Se alcuni dei nostri politici si impongono, non ci saranno più investimenti in energia solare”, ha detto il Presidente in Nevada. Per poi aggiungere in Oklahoma, “Non lo sapreste ascoltando solo alcuni di questi candidati – non ve ne faccio i nomi, sapete chi sono — ma produrre più benzina qui negli Stati Uniti è stata e continuerà a essere una parte importante della nostra politica energetica […] Ma non può essere la sola”.

In effetti, la produzione di petrolio nei territori del governo federale è già aumentata del 13% durante la presidenza Obama.

Continua così una evoluzione, in realtà già cominciata durante l’era Bush, che sta portando gli Stati Uniti più vicini all’obiettivo dell’indipendenza energetica. Nel 2011, il paese ha importato il 45% dei carburanti liquidi utilizzati, una percentuale elevata ma in decisa diminuzione rispetto al record del 60% toccato nel 2005. Negli ultimi tre anni, in particolare, gli Stati Uniti hanno tagliato del 20% le importazioni di petrolio da paesi OPEC, diventando anche un esportatore netto di prodotti post-raffinazione, come la benzina, per la prima volta dall’era del Presidente Harry Truman. La produzione nazionale di petrolio potrebbe raggiungere i sette milioni di barili nel 2020, dice il dipartimento dell’Energia, un risultato che porterebbe il paese quasi alla pari dell’Arabia Saudita.

Per Obama rimane comunque il problema immediato, dei prezzi della benzina in salita e dei suoi sfidanti repubblicani per la Casa Bianca che non vogliono lasciarsi sfuggire questa occasione unica per attaccarlo.

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