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Nel dibattito dall’Arizona, Romney si impone in un testa a testa con Santorum

22/02/2012

Mitt Romney e Rick Santorum al dibattito repubblicano a Mesa, ArizonaPare che i candidati repubblicani di quest’anno si trovino a proprio agio seduti. Nel dibattito di mercoledì sera dall’Arizona, i contendenti alla nomination del GOP erano posizionati a sedere dietro banchi che, a dir la verità, avevano dimensioni più adatte a studenti delle scuole elementari che a degli adulti (facendoli apparire, almeno di primo acchito, un po’ fuori posto). Ad ogni modo, i quattro partecipanti (Mitt Romney, Rick Santorum, Newt Gingrich e Ron Paul) hanno offerto tutti performance controllate e a tratti convincenti. O, perlomeno, nessuno è inciampato in gaffe imperdonabili come avvenuto in passato.

Complessivamente, Romney va considerato il vincitore del faccia-a-faccia, anche se non ha dominato come forse avrebbe dovuto se vuole davvero riprendere la testa della competizione elettorale. Santorum ha avuto una serata più altalenante, con momenti incisivi e altri interessanti solo per gli appassionati delle minuzie del Congresso. Si è spesso perso in disquisizioni troppo lunghe e convolute sui retroscena tipici di Washington, dettagli che interessano forse alla stampa, ma poco agli elettori.

Gingrich è apparso tranquillo e sorridente, ma il suo intervento è stato assai meno vigoroso (anche a causa del poco tempo a lui concesso) dei suoi migliori exploit degli ultimi mesi. In sostanza, non sembra aver sfruttato appieno l’opportunità offertagli da quello che potrebbe essere l’ultimo faccia-a-faccia televisivo di queste primarie.

Paul, che si è auto-definito, in una sola parola, “coerente”, è tornato a ripetere per l’ennesima volta quelle idee, di impianto libertario, che caratterizzano la sua offerta politica da decenni e che però difficilmente potranno portarlo verso la nomination presidenziale repubblicana.

La serata ci ha messo parecchio a prendere quota, con troppo spazio dedicato a inizio dibattito a questioni relativamente marginali come gli “earmark” e la contraccezione, tema che fa emergere tutto l’estremismo di questo gruppo di repubblicani e rischia di far scappare gli indipendenti e moderati a gambe levate.

Come prevedibile, non sono mancate le scaramucce, anche personali, in particolare tra Romney e Santorum, che sono oggi i favoriti. E gli attacchi al Presidente Obama, che Gingrich ha definito “il presidente più pericoloso di sempre” in fatto di politica estera.

Quanto ai contenuti, le proposte elettorali dei quattro candidati ancora in gara sono ormai note, come sono note anche le relative contraddizioni interne. Estremo conservatorismo fiscale (per far piacere al Tea Party) e sociale (vanno sempre corteggiati anche gli evangelici). Totale rifiuto dell’approccio compassionato dell’era Bush (un repubblicano che ha notevolmente aumentato la spesa pubblica) tranne che nel campo della politica estera (le guerre, tra le altre cose, costano anche molti soldi), dove si comincia a fiutare un pericoloso ritorno alle teorie neo-con, in particolare per quanto riguarda l’Iran.

Prossima fermata del carrozzone elettorale il voto in Michigan e Arizona il 28 febbraio (martedì prossimo). E poi il Super Tuesday del martedì 6 marzo, quando si va alle urne anche in Ohio, Tennessee e Georgia.

Mentre i candidati alla nomination del GOP fanno del proprio meglio per rimanere in gara, allungando quindi questa stagione di primarie ben oltre il previsto, gli elettori del partito parrebbero ormai averne piene le tasche. Un recente sondaggio di Gallup mostra che ben il 66% di repubblicani spera che la vicenda si concluda prima della convention di quest’estate, mentre solo il 29% si augura che le cose si trascinino fino allora in modo che siano i delegati in loco a scegliere.

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