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Nell’occhio del mirino: dall’Afghanistan all’Iran

01/02/2012

Gli Stati Uniti e la NATO si ripromettono di portare a termine il proprio coinvolgimento diretto nella guerra in Afghanistan entro la fine del 2013. Questo, almeno, ha dichiarato mercoledì, per la prima volta ufficialmente, il segretario della Difesa americano Leon Panetta.

Ciò non significa, naturalmente, il ritiro delle truppe, ma un cambiamento di missione che vedrebbe gli americani e gli alleati europei coinvolti non più in combattimento, ma solo in un ruolo di sostegno e addestramento all’esercito afgano.

Le truppe NATO, come già stabilito, rimarrebbero poi in Afghanistan per un altro anno, fino a fine 2014, mentre un contingente americano potrebbe fermarsi più a lungo, concentrandosi solo però sull’anti-terrorismo.

Intanto, un sondaggio condotto nel 2011 in Afghanistan per conto del Law and Order Trust Fund for Afghanistan (LOTFA), rivela che il 42% degli afgani vorrebbe che le truppe straniere se ne andassero immediatamente, il 23% crede che debbano rimanere fino alla completa eliminazione dei talibani e quasi il 24% pensa sia meglio che le forze armate internazionali restino nel paese fino a che i soldati afgani non sono sufficientemente addestrati e equipaggiati.

Mentre l’Afganistan perde di importanza per gli Stati Uniti, l’attenzione dell’establishment della difesa americano è sempre più rivolta verso l’Iran.

In una testimonianza al Senato martedì, il capo della national intelligence, James Clapper Jr., ha dichiarato che alcuni leader iraniani sono oggi più che mai pronti a organizzare attentati terroristici sul suolo americano (dopo quello contro l’ambasciatore saudita a Washington in autunno) in risposta a quello che percepiscono come un approccio sempre più belligerante degli americani nei loro confronti.

C’è poi chi si chiede se sarà Israele a cominciare le danze attaccando l’Iran, mossa che quasi certamente provocherebbe una qualche reazione di Teheran e, di conseguenza, anche un intervento di Washington.

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